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venerdì 14 agosto 2009

Slumdog Millionaire

"The Millionaire"

Titolo originale: Slumdog Millionaire
Regia: Danny Boyle
Genere: Romantico, Drammatico
Cast: Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan, Mia Drake, Imran Hasnee, Faezeh Jalali, Shruti Seth, Anand Tiwari, Saurabh Shukla, Rajendranath Zutshi, Jeneva Talwar, Irrfan Khan, Azharuddin Mohammed Ismail, Sunil Kumar Agrawal, Jira Banjara, Sheikh Wali, Mahesh Manjrekar, Sanchita Choudhary, Himanshu Tyagi, Ayush Mahesh Khedekar

Gran Bretagna, Usa 2008

Trama: E' il momento della verità negli studi dello show televisivo in India "Chi vuol esser milionario?". Davanti ad un pubblico sbalordito, e sotto le abbaglianti luci dello studio, il giovane Jamal Malik, che viene dagli slum di Mumbai (Bombay), affronta l'ultima domanda, quella che potrebbe fargli vincere la somma di 20 milioni di rupie. Arrestato perché sospettato di imbrogliare, Jamal viene interrogato dalla polizia. Mentre ripassa le domande una per una, inizia ad emergere la storia straordinaria della sua vita vissuta per le strade, e della ragazza che ama e che ha perduto.


Recensione: Chissà se sono ancora in grado di scrivere una “recensione”.. sempre che di recensione si possa parlare! Le mie sono sempre state più delle impressioni buttate giù di getto, sull’onda emotiva che mi avvolge appena visto un film.. e allora riformulo.. chissà se sono ancora capace di buttare giù di getto delle impressioni sull’onda emotiva che mi avvolge appena visto un film.. in un italiano correggiuto, si intende!

È da tempo ormai che questo spazio giace addormentato, però c’è.. esiste ancora.. e, ritrovandone il link sul profilo di feisbuc dell’ultimo in ordine cronologico ad averlo “toccato”, mi è tornata la voglia di farlo rivivere, o almeno di provarci..
Il fatto che io sia in ferie e che in un afoso venerdì pomeriggio di Agosto non abbia di meglio da fare che guardarmi le puntate di Dawson’s Creek che mi mancavano, beh, decisamente aiuta!

Sono tanti i film che mi hanno lasciato dentro qualcosa in questa lunga latitanza.. ma in un periodo in cui la disillusione e un po’ di amaro cinismo regnano in me, ho voglia di raccontarne uno che mi ha infuso la più dolce delle emozioni in una credo fredda sera -non ricordo quando era uscito di preciso- di un qualche mese fa..

Mi sono gustata “The Millionaire” prima della fatidica notte degli Oscar, un po’ scettica, perché l’unico cinema che aveva deciso di darlo era di quelli vecchiotti, in una zona non troppo raccomandabile del mio capoluogo di provincia..
Ci andavo grazie al mio ragazzo il cui fiuto era guidato da due fari: “Danny Boyle” e “stile Bolliwood”.
Quel mostruoso multisala del centro che nulla fa oltre che portare via posteggi e trasmettere “Natale ai Caraibi” o qualcosa del genere in almeno 4 sale, le migliori peraltro, si è illuminato alla più dolce delle emozioni solo dopo ben 8 statuette oltre che una serie di altri premi..

Ah, a proposito, sto parlando della speranza. Quella del verde.. Quella che mi sono sentita dentro sulle poltroncine più luride di Varese mentre passavano i titoli di coda. La speranza più semplice e più autentica come solo una sana e a lieto fine storia d’amore può infondere.

La speranza di poter "vivere d'amore", di nient'altro che amore; di riuscire ad avere l'autografo del tuo attore preferito, di cantare meglio di tutti gli altri, di tenere in mano una banconota da cento dollari.. di sparare a caso e prenderci una c***o di volta nella vita!.. la speranza cha davvero il percorso di ognuno di noi possa essere guidato da un'unica stella, che ci sia chiara la direzione. Che sia un amore perduto, che sia un dio, persino il becero danaro!.. Un faro, un lampione, un misero lumino!! La speranza di vederlo per quanto piccolo sia..

Intendiamoci, non sono per i finali strappalacrime.. adoro i film drammatici e storco il naso al troppo miele, ma sarà stato che i protagonisti di “The Millionaire” non sono certo due belloni alla BradAnjelina (mi vengono i brividi solo a scrivere questo neologismo da Studio Aperto!).. sarà stato quel balletto finale tra i binari.. sarà stata l’atmosfera di una credo fredda sera di non so quale mese..

Io quella sera sono uscita dall’obsoleto Cinema Nuovo di Viale Valganna, più leggera.

Certo, perfetto il montaggio tra passato e presente, tra flashback e reale, impeccabile la colonna sonora che pervade di pura energia ogni scena, splendidi i piccoli attori indiani delle baraccopoli (a cui purtroppo sembra non sia stata resa giustizia, o forse quelle 8 statuette stavano scomode a qualcuno..); impossibile non innamorarsi dello sguardo (e delle orecchie!) di Dev Patel, Jamal, il “principe azzurro” più “anti-principe azzurro” delle favole, eppure il più vero, bellissima Freida Pinto ovvero la principessa Latika, ineccepibile Anil Kapoor (che un mio caro amico nepalese mi ha detto essere uno degli attori della Holliwood indiana più famosi) nello scomodo ruolo del presentatore bastardo.. sì, ma a me non era fregato nulla di tutto ciò!

Solo dopo averlo visto una seconda volta, mi sono resa conto coscientemente degli aspetti stilistici perché, non sembra, ma ho un minimo di occhio anche per quelli.. e dell’ineccepibilità sotto praticamente tutti gli aspetti della regia di Boyle.. ma a quel punto, la mia mente ragionava già per schemi. Quello che mi piace della prima volta che vedo un film è l’assorbimento diretto e omogeneo. Per i particolari, per i nomi, per le date..c’è tempo. L’impatto iniziale è la sola cosa fuori dagli schemi.. e in queste righe ho tentato di tirare fuori quelle impressioni a livello inconscio che solo quella sera mi sono potuta godere davvero.

L’impressione di essere più leggera.. e non è da sottovalutare!

Non che ora me ne vada in giro su una nuvoletta rosa e pensi che il mondo sia bello perché l’amore vince su tutto.. ma ho sempre pensato che, parlo per me, quello che conta davvero di una pellicola è il primo fotogramma che mi si genera dentro appena alzato il sedere dalla poltrona.. può essere di mille tipi diversi, di speranza o di amarezza, di dubbio e incertezza, di fastidio.. di serenità. Ma più profondo sarà il fotogramma, più autentica sarà stata l’emozione.. ergo, più riuscito cinetecaemozionalmente parlando, sarà stato il film.

Elementare..no??

Perciò, tra tutti i motivi che vi potranno portare a vedere questo film.. gli Oscar, il Soundtrack, la garanzia di Boyle, le polemiche, Bolliwood.. quello che posso darvi io non è altro che quel passo leggero tra la sala e l’ucita del cinema, nulla di più.

[Voto: coerentemente, 10]

martedì 29 luglio 2008

Bobby

Regia: Emilio Estevez
Genere: Drammatico
Cast: Con Harry Belafonte, Joy Bryant, Nick Cannon, Laurence Fishburne, Brian Geraghty, Heather Graham, Anthony Hopkins, Helen Hunt, Joshua Jackson, Shia LaBeouf, Lindsay Lohan, Demi Moore, Sharon Stone, Christian Slater, Martin Sheen, William H. Macy, Ashton Kutcher, Elijah Wood, Mary Elizabeth Winstead, Freddy Rodriguez.

114 minuti, USA , 2006

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Vale aveva ragione, un'altra volta. Ma lo so già, mi fido di lei in questi casi, anzi, direi che mi fido di lei, punto. Un film corale alla Altman, c'ho messo troppo per farlo girare sul mio schermo, forse per pigrizia o per risultati mentali affrettati. Il film volevo vederlo sul serio, ma il cassetto della memoria era in stand by. Vittoria, ce l'ho fatta.

La storia siamo noi, siamo un assemblaggio di volti, siamo inutili tensioni nervose e siamo sguardi inermi e fragili, e sembriamo piccoli e frammentati, siamo parte solo di noi stessi e del nostro cerchio, ci sembra di non avere voce in capitolo. Siamo parole e parti vitali che sorridono e si muovono e si intersecano e vanno vicino e lontano come automobili davanti ad un hotel.

Siamo diverse stagioni della vita, siamo tante, troppe solitudini, e siamo lavoro e vita, passione e amore, siamo giovane vecchiaia e anziana giovinezza. E siamo sogni, siamo una discarica di sogni, molti di essi ci accomunano solo con pochi, altri sono aperti al tutto, all'umanità, a discorsi forse spesso troppo grandi per risultare credibili. Anzi, troppo alti per risultare ascoltabili. Ci sarà sempre chi non capirà, chi avrà da ridire, chi troverà ingiusta la giustizia e farà parlare solo tante, troppe giustificazioni (dis)umane. Troppi colpi di pistola e troppe voci spezzate nel ricordo di oggi e di domani.

Estevez non sarà convincente al 100% nel profilare i personaggi (così come ho letto in parecchie recensioni), forse sì, è vero, alcuni risvolti umani restano caricaturali, alcuni volti rimangono un po' sfuocati e poco approfonditi, ma il quadro commuove e rende partecipe più di alcuni film di Altman (ma i paragoni devo per forza essere presenti?), e più di tutto, non si resta indifferenti.

Tutto parte dalla lacrima, almeno nel mio caso. Se scende, è fatta. Il film potrà pure avere qualche lacuna nel senso stretto della sceneggiatura (ma non nella regia, quel giro di telecamere sui volti dei protagonisti è da brividi), ma a livello sensoriale esprime molto, moltissimo, e prende alla gola.

Un cast da brividi, tutti immedesimati nella parte, tutti pronti a far scattare il punto focale e a schizzare in una sorta di direzioni unilaterale. Un destino solo davanti a molti occhi, come se una luce colpisse più punti allo stesso modo. E colpisce anche noi, immobili davanti allo schermo.

Ci accomunano molte più cose di quanto pensiamo, sembra dirci il film, anche se tutti quanti siamo un'isola (riguardo il personaggio di Anthony Hopkins, eccolo, non vuole tornare a casa. Lì non c'è più nulla, c'è solo solitudine. Anche nell'hotel ce n'è, ma è la sua solitudine) e affrontiamo la vita in modo diverso.

Scene memorabili: Freddy Rodriguez regala i suoi biglietti al collega. Razza, diversità, no, solo amicizia. // Sharon Stone taglia i capelli al marito, pronuncia tanti frammenti di parole, la telecamera gira intorno facendoci sentire desolati. Unsaid.// Anthony Hopkins aspetta Kennedy, come avrebbe fatto allora. Si legge un orgoglio che solo lui può comprendere. // Ogni personaggio è coinvolto, alla fine, in una sorta di standby emotivo, in un vortice di attesa e dolore che li rende un tutt'uno.

Sottolineature: La regia, attenta e corale; i protagonisti, tra tutti Anthony Hopkins e Sharon Stone; la colonna sonora di Mark Isham, perfetta e sospesa come un ricordo latente; la fotografia e i rimandi al passato, lugubri come campane funebri.

Da vedere perchè: Storia e storie, vita e vite. Quando un singolo aggettivo più diventare un insieme.


lunedì 21 aprile 2008

Caramel

"Caramel"
Titolo Originale: Sukkar Banat
Regia: Nadine Labaki
Genere: Commedia/ Drammatico
Cast: Nadine Labaki, Yasmine Elmasri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam, Sihame Haddad, Aziza Semaan
96 minuti, Libano/Francia, 2007

Breve Trama: Donne che si incontrano nella Beirut di oggi, con un salone di bellezza quale epicentro delle chiacchiere, degli appuntamenti, come anche del nascere, dello sfaldarsi o del ricomporsi di rapporti sentimentali e affettivi di vario genere.

Recensione: Le storie al femminile mi affascinano da sempre, forse per il fatto che hanno molto da raccontare, forse perchè le donne hanno quel qualcosa in più, come i ricami usciti dalle mani sapienti di una nonna o come il profumo di un vecchio comò su cui sono appoggiati oggetti senza tempo.

Le donne contengono nei loro occhi dei misteri incalcolabili e spesso indecifrabili, si nascondono dietro folte capigliature o trucco di ogni tinta e colore, si celano dietro rossetti e sguardo fiero, mentre mascherano storie forse infinite, storie di cui non vogliono parlare o di cui sanno raccontarne solo una parte.

"Caramel" è una prova di stile, è una poesia tutta al femminile in cui la protagonista (Nadine Labaki) si cimenta sia davanti che dietro la cinepresa, decorando la pellicola con una forte capacità espressiva, aprendoci delle finestre e donandoci delle piccole chiavi per scoprire segreti e sogni di alcune donne; fragili, sognatrici, indaffarate, buffe e tristemente ironiche, ma sempre sensuali e ricche di sfumature come caramello appena sciolto.

Un film apparentemente leggero, in una Beirut scrutata con un altro punto di vista: non più guerre, bombardamenti, paura; in questo film tutto si tinge di vita, di lavoro, di traffico automobilistico, di ceroni e belletti, di tinta e trucco, di mesh, di profumi. Queste donne libanesi, moderne, occidentalizzate, sfoggiano la loro procacità, i loro occhi furtivi e luminosi, i loro seni prorompenti, la loro libertà, forse ancora stretta in alcune leggi che non decadono nel pensiero popolare. La donna, lo si intende in alcuni momenti del film, ha acquistato un valore nella società ma allo stesso tempo vive per alcuni passaggi fondamentali, tra cui il matrimonio e la sottomissione morale al marito ("Mia cara, tu ora dovrai vivere per il tuo signore e marito.." esclama la madre di Nisrine prima del matrimonio della figlia), e il sesso è un elemento fortemente implicito nei rapporti coniugali (La donna deve arrivare al matrimonio pura). Allo stesso tempo, l'elemento intimo, la verginità, viene, col passare del tempo, inteso alla maniera occidentale: avere ancora il ciclo è sinonimo di giovinezza, come insegna una delle protagoniste, ossessionata dalla rughe e sempre pronta a darsi una ritoccatina per poter passare umilianti ed estenuanti provini nonostante l'età che avanza.

E' anche un film sull'amore, sul tradimento, sui contrasti, sull'amicizia, sulla solitudine, sulle aspettative. E' un film di sguardi, immensi sguardi rotondi e morbidi, talvolta segnati dal tempo e dalla stanchezza, talvolta caldi e intensi come la passione umana. Personaggi corali affrescati un po' in stile Almodovar (il parallelo con "Volver" è implicito), vividi e reali e allo stesso tempo un po' sollevati da terra, come se in realtà non ci fosse un come e un dove, e forse neppure un perchè; e tutto sà parlare, anche uno specchio o piccoli fogli di carta, mentre i battiti scorrono e il sole tramonta dietro una strada che porta al domani.

E' un film generazionale, gioventù, mezza età e vecchiaia a confronto: donne che partono per la vita, donne che non vogliono fermarsi e vorrebbero far parte ancora della prima categoria, donne che hanno vissuto un'intera esistenza in una sartoria, e che all'amore devono rinunciare, non credono più di essere adeguate e il trucco non dialoga più con il viso, la pelle parla di cose andate che non possono essere recuperate.

Sapiente la telecamera, che s'infila negli interni, scova i movimenti degli occhi, accentua la luminosità delle pupille (gli occhi di Layale, la protagonista, sono un toccasana..), mette in luce i gesti e sà essere presente dove ci vuole qualcosa in più.

Un film che sono certo può risultare noioso, per chi lo guarda con l'ottica del ritmo. Perchè non ci si abitua al fatto che certi gesti hanno bisogno di tempo, certe espressioni non hanno fretta, e per capire meglio bisogna stare in silenzio per qualche istante, senza aspettare la scena successiva.

Bellissima quella donna misteriosa che entra nel locale quasi in punta di piedi, danzando sensualmente in un rito consolidato (il lavaggio dei capelli) e lasciando sottointese altre storie d'amore, quelle tra due donne.

E' un ritratto femminile leggero/non leggero, anche qui dipende da chi guarda e da che tipo di specchio si usa per riflettervisi dentro.

Voto: 9



sabato 5 aprile 2008

Away from her - Lontano da lei

"Away from her - Lontano da lei"

Regia: Sarah Polley
Genere: Drammatico
Cast: Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Deanna Dezmari, Michael Murphy

Canada, 2007

Trama: Fiona e Grant, sposati da più di quarant’anni, vivono un’esistenza serena, Ma l’Alzheimer di Fiona progredisce e la decisione del ricovero in un istituto specializzato diventa inevitabile.

Recensione: Bianco, sfumature, neve, riflessi, lana e vapore. Questa può essere la memoria umana, talvolta, così labile e fragile da non percepire più l'essenza delle cose, i ricordi, il calore della vita, dell'abbraccio.

Questo è l'Alzheimer, e questo è l'elemento che come un pennello tratteggia le frasi poetiche di questo film. Un film delicato e melodioso; una melodia triste fatta di sguardi atrocemente segnati dal dolore, ma anche una melodia della speranza, del vero amore, della libertà del lasciare amare.

Un film che fa i conti con la realtà, quella realtà che gioca a dadi col destino e improvvisamente toglie la stabilità, toglie i gesti, l'odore di caffè della propria casa, le sciate sulla neve e l'odore dei corpi, che si sono conosciuti, si sono amati e hanno combattuto certe battaglie, resistendo per 44 anni.

Brent (un fantastico Gordon Pinsent) e Fiona (un'insuperabile, eterea e dolcissima Julie Christie) si trovano ad affrontare una problematica umana e spiazzante. Perdere la memoria è atroce, lo è inizialmente per chi comprende di smarrire le tessere del puzzle, poi, man mano che la situazione peggiora, lo è per chi è stato parte dei giorni, parte dei respiri e degli attimi che hanno ricamato una vita intera.

Brent, distrutto, affronta un amaro distacco, inizialmente fisico, poi mentale e sentimentale. Fiona si ricovera personalmente in una clinica e dimentica del tutto la sua vita con il marito, ne ricostruisce un'altra tra le mura di quell'ospizio e si lega affettivamente ad un altro paziente, Aubrey, sposato anch'egli da molti anni con Marian. La mente ha ricombinato gli affetti, Brent è un esterno, un visitatore che si sente ripetere "verrai tutti i giorni, vero? Sei proprio insistente." , una persona che per Fiona sembra apparsa dal nulla, sfumata come i colori e i ricordi di un'Irlanda ormai lontana.

Il destino ha dato tutto e ha tolto subito dopo, in un soffio di gelidi rimpianti, in cose dette e poi dimenticate, negli occhi blu della protagonista, nella speranza di un ritorno.

Il film inizialmente danza sul ghiaccio, in un delicato fremito di attimi intermittenti: presente, passato, ancora presente, poi un passato ancora più lontano, fatto di spruzzi di immagine sfuocate, sillabate, frammentate. Poi si ricompone nel presente, mentre Fiona perde il controllo di se stessa; quel suo nuovo amore, così semplice e fanciullesco, le viene portato via senza spiegazioni, e il suo nuovo equilibrio cade.

Brent invece non ha molto a cui appoggiarsi, ha sempre vissuto per la moglie, forse senza rendersene davvero conto; è come svuotato della sua essenza vitale, e tenta di riappropiarsi dei suoi attimi, senza però intromettersi nella vita della moglie. Cerca di farla felice, perchè è questo che vuole, e con lo svolgersi della storia, anche le tessere, tristemente naturali, ridimpingono nuovi incontri, nuovi equilibri, che esaltano la vita, il rispetto per chi si ama, e tutto è plasmato con delicati e sapienti dialoghi.

"Amare non è ricordare", è il primo messaggio del film: l'amore risiede in un posto più lontano dalla mente, e se i ricordi sfuggono, è l'unica cosa che può restare e può farti rivivere nel calore altrui.

"Non è mai tardi per diventare quello che puoi essere" è il secondo messaggio, esclamato dalla giovane infermiera Kristy, che ha un bagaglio di sofferenza diverso da quello di Brent; una sofferenza causata da quel tipo di memoria che è stata cancellata di proposito, quella dimenticanza che porta ad essere esclusi senza ragione dalla vita altrui. A lei viene affidata la battuta che chiude il senso del film, e fa rinascere un nuovo seme.

Lo stesso messaggio lo racchiude il personaggio di Marian (Olympia Dukakis, espressiva e romantica, perfetta nel suo ruolo), moglie di Aubrey, che entra nella vita di Brent inaspettatamente, ma che gli ridona un senso, e che passionalmente esclama: "Qualche volta bisogna prendere una decisione, quella di essere felici."

Un film stupendo, la fotografia (di Luc Montpellier) è orchestrale, poetica, come le immagini che ci portiamo dentro.

Un film da riflettere, da rivedere, da gustare.

Un film sulla memoria dell'amore, non sulla memoria della mente. C'è davvero differenza, non capita spesso di rendersene conto.

Voto: 9




mercoledì 26 marzo 2008

Onora il padre e la madre

"Onora il padre e la madre"

Titolo Originale: Before the Devil knows You're Dead
Regia: Sidney Lumett
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Rosemary Harris, Amy Ryan, Sakina Jaffrey, Arijia Bareikis

Usa, 2007

Trama: Due fratelli, Andy e Hank, vivono serie difficoltà economiche. Il maggiore, Andy, escogita un piano: svaligiare la gioielleria dei loro genitori durante il turno di una anziana e indifesa signora. Ma quella che doveva essere una semplice operazione senza nè pistole nè violenza, va storta nel momento in cui Bobby, il ladruncolo ingaggiato per la rapina, cambierà le carte in tavola..

Recensione: La prima scena che lo schermo ci proietta addosso (soprattutto se sei seduto in terza fila) appena iniziato il film, è una scena di sesso che coglie di sorpresa e ammutolisce un pò tutti in sala: un flaccido e appesantito uomo di mezza età fa l'amore con una sexi e giovane donna. Lui in un attimo ci trasmette quella sensazione di viscido e di unto che ne caratterizzerà i tratti e gli atteggiamenti e che ne farà il ritratto psicologico meglio studiato e perfettamente descritto del film; Philip Seymour Hoffman sarà fenomenale nell'interpretazione del suo personaggio; lei, la bellissima Marisa Tomei, lo è talmente tanto che viene da chiedersi cosa ci faccia con l'altro. Non sappiamo chi sono, dove sono, di cosa stanno parlando, in quale universo spazio-temporale sono collocati. La seconda scena invece non ha più nulla a che fare nè con lenzuola appiccicose nè con loro, almeno apparentemente: è una rapina. É LA rapina. Quella intorno a cui ruoteranno protagonisti ed eventi, amore e odio, infelici coincidenze e vendette premeditate. É la rapina che 2 fratelli che non se la passano particolarmente bene decidono di organizzare nella gioielleria dei loro genitori: un giochetto facile facile. Niente armi, niente sparatorie, niente feriti, niente di niente. L'assicurazione che risarcisce i vecchi e un bottino che basti a Hank (l'espressivissimo e umanissimo Ethan Hawke) per pagare gli alimenti a una ex moglie e ad una figlia che lo considerano un fallito e ad Andy per fuggire a Rio dove il sesso con sua moglie Gina potrà tornare ad essere quello della scena iniziale, dove i problemi non riusciranno a trovarlo, più che altro dove gli avvocati della società che ha truffato non potranno rivalersi su di lui. "Non c'è accordo di estradizione tra Stati Uniti e Brasile": quella che tra le lenzuola di quella scena sembra una frase senza senso di Gina, troverà la sua giusta collocazione, come tutto o quasi in questo film che è un pò passato e un pò presente, in un circolo vizioso di sentimenti che non riescono a risalire in superficie. Gli eventi infatti non si susseguono nella maniera tradizionale e non si può nemmeno dire che il regista si serva del classico flash-back: ora è il giorno della rapina, ora è Andy 4 giorni prima, ora è Andy il giorno della rapina, ora è Hank la mattina stessa, ora è Hank 2 giorni prima. Così, tra continui sbalzi temporali che a volte affaticano e mettono a dura prova uno spettatore svogliato, le dinamiche di odio, di risentimento, di amore ci vengono svelate. Tutto a poco a poco appare chiaro, per quanto chiari possano essere i meccanismi contorti della natura umana. Quella rapina che, secondo i piani di Andy, sarebbe dovuta essere una passeggiata e che invece si trasformerà in tragedia, non è altro che l'inevitabile epilogo della storia di una famiglia imperfetta, come lo sono tutte del resto; ma se la scintilla della follia scocca anche in uno solo dei componenti, ogni vecchio rancore rischia di salire a galla e nessuno può uscirne illeso: la fatalità è la parola chiave. Andy non si è mai sentito parte di questa quadrata famiglia americana, non si sente nemmeno più figlio di suo padre, mette persino in dubbio il fatto che lo sia davvero, sono tutti così belli e lui così imperfettamente umano..sa che a breve la società per cui lavora arriverà a scoprire i numerosi ammanchi in un bilancio che finora era stato così bravo a far quadrare, il suo unico rifugio è un super-attico in centro a Manhattan di uno spacciatore di lusso che gli inietta eroina fluttuando nella sua vestaglia da geisha (unica scena a mio parere eccessiva del film..), il suo bilancio personale non gli quadra più da tempo e non può giocare con i numeri stavolta: quello che lui è, non è la somma delle sue parti, i conti non tornano. Forse è per sopperire a questo caos interiore che tiene maniacalmente in ordine il suo moderno appartamento, forse è per questo che neanche si scompone alla notizia del tradimento della moglie..si limita a rovesciare ordinatamente per terra vari oggetti di Gina. L'unica soluzione possibile gli sembra quella della fuga, ma non sarà abbastanza veloce. Giustizia deve essere fatta e nell'affannarsi per tentare di sistemare le cose, non farà altro che arrampicarsi sugli specchi. Se il male sa che sei morto, più che se "ci sono dei peccati che non dovrebbero essere commessi" - ma chi li traduce i titoli?? - è solo questione di tempo. Per ripristinare il giusto equilibrio, entrerà in gioco il padre dei 2 fratelli, in un gesto agghiacciante e spietato. Ancora più agghiacciante è la luce che invade lo schermo nella scena finale. Possibile che la vendetta sia l'unico modo per fare giustizia? Possibile che un padre possa arrivare a tanto? In fondo, bastano i fatti di cronaca per darsi una risposta. Nella vita, come in questo film, fare proprio il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire non è così lontano dalla sfera del possibile, è solo poco più in là della soglia tra follia e lucidità. Una volta oltrepassata quella soglia, il bilancio è compromesso, ma i conti, in un modo o nell'altro, devono comunque tornare..



[Voto: 7.5]

domenica 17 febbraio 2008

Micheal Clayton

"Michael Clayton"

Regia: Tony Gilroy
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: George Clooney, Tom Wilkinson, Tilda Swinton, Sydney Pollack, Micheal O'Keefe, Ken Howard, Denis O'Hare, Robert Prescott

Usa, 2007

Trama: Per 15 anni Michael Clayton, avvocato newyorkese, ha lavato i panni sporchi dei suoi facoltosi clienti 'aggiustando la verità'. Durante la risoluzione di una questione in apparenza semplice da sistemare, però, è lui stesso ad essere coinvolto in un caso scottante e Clayton vedrà trasformarsi nei peggiori quattro giorni della sua vita quelli che dovevano essere gli ultimi della sua brillante carriera.

Recensione: Micheal Clayton non è riuscito ad entrarmi dentro. Per me il cinema è emozione e con questo film non sono riuscita a provarne. Sarà che a volte scelgo di farmi prendere fin dall'inizio dallo spirito critico e decido che niente dovrà starmi bene, sarà che mi sarei aspettata una trama più avvincente..sarà la bottiglia di quel maledetto Martini che non sono riuscita a non vedere in mano al povero George, in alcuni momenti credibile ok, ma sempre con quell'aria beffarda sotto l'espressione più intensa che proprio non lo abbandona. O perlomeno che io non ho potuto fare a meno di vedergli stampata in faccia. Ma andrei con ordine partendo dal titolo del film che dovrebbe essere preludio della storia di un uomo..Michcheal Clayton se non erro..eppure dopo 2 ore circa di quell'uomo non si sa nulla. E, mi spiace, a me non è bastata l'inquadratura finale di Clooney sul taxi di fianco ai titoli di coda; anche perchè stavo lì a chiedermi - ma che vuol dire "guidi fino a 50 dollari" ma perchè -?????". Non si capisce che lavoro faccia questo Micheal Clayton, tuttalpiù lo si potrebbe spacciare per la donna delle pulizie con questo continuo uso dell'espressione "lavare i panni sporchi"..Non lo si vede mai in una scena intima -non mangia? non dorme? non vive in una casa fatta di mattoni questo Clayton?- É separato dalla moglie..perchè? Della sua storia personale, apparte il crollo finanziario per un investimento sbagliato causa il fratello, altro personaggio buttato lì, non viene lasciato intendere molto di più.."per gli avvocati sei un poliziotto e per i poliziotti un avvocato, non sai neanche tu quello che sei" gli dice un altro fratello, quello assennato..E figuriamoci noi allora!!!!!! Sto diventando troppo cattiva?..É che ci ho visto troppe lacune, non posso farci nulla. Credevo avrei assistito alla storia di uno sporco avvocato corrotto redimersi, mi aspettavo la svolta..il personaggio di Clooney invece ci viene presentato stanco e stanco è il suo sguardo alla fine del film. Sempre lo accompagna quell'aria velatamente disgustata, mai un impeto di rabbia..o di amore. Solo la stessa malinconica espressione..L'inizio non è male, l'esplosione della macchina di Clayton promette bene, ti aspetti un'avvincente susseguirsi di macchinazioni ed eventi che porteranno a quell'attentato, ma la trama non è all'altezza, c'è qualcosa che non va. E forse sta proprio qui l'originalità della scelta del regista..descrivere ogni cosa dal punto di vista di un uomo fondamentalmente stanco di tutto. Ma, ripeto, in me non ha fatto presa. Accanto allo stanchissimo e disgustatissmo Micheal, ho trovato personaggi molto più interessanti come l'anziano avvocato interpretato da Tom Wilkinson che tocca il fondo spogliandosi in un'aula di tribunale prima di cercare di rimediare a tutti quegli anni passati a difendere degli assassini..ma ormai è troppo tardi, il meccanismo è partito, si è esposto troppo e toccherà allo pseudo-eroe Clayton portare a termine la sua missione. E lo fa, questo è da ammettere, sceglie la coscienza ai soldi facili, ma possibile che dopo aver distrutto una Multinazionale, salvato milioni di persone da un prodotto chimico letale, uno sale su un taxi e "guidi fino a 50 dollari"????Personalmente, ho apprezzato molto di più la figura della cattivissima e pezzatissima Karen, che per salvare i suoi interessi arriva ad uccidere..o perlomeno ad ingaggiare qualcuno perchè lo faccia al posto suo. Impettita e rigida nei suoi abiti fuori moda dai colori pastello, nelle sue collant bianche, nel suo caschetto impagliato..si vede per poche scene eppure sono tutte talmente ben studiate e il volto elfico di Tilda Swinton è talmente espressivo che subito la si inquadra e la si ricorda. Clooney ci ammorba 120 minuti e non raggiunge lo stesso risultato!!Non fa centro..non MI centra. Un attimo..dalla regia mi stanno facendo strani cenni..ah, è candidato all'Oscar?..come migliore attore?Bene, quasi quasi cancello la mia recensione e faccio finta di non averla mai scritta..Oppure clicco su "pubblica post" qua sotto, sulla sinistra, e aspetto timida il pubblico linciaggio!!!..Ma se il cinema è emozione e questa è la nostra cineteca emozionale non ho scelta..non è scoccata la scintilla, sarà che "no Martini"..una cosa è certa, guardare un film carichi di aspettative, di schemi mentali è la cosa più sbagliata, lo so, è stato il mio errore. Chiedo venia e soprattutto il vostro parere..


[Voto: 5.5]

martedì 12 febbraio 2008

Caos Calmo

"Caos Calmo"

Regia: Antonello Grimaldi
Genere: Drammatico
Cast: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Alessandro Gassman, Silvio Orlando, Hippolyte Girardot, Alba Caterina Rohrwacher, Kasia Smutniak, Roman Polansky

Italia, 2007

Trama: Pietro Paladini è un uomo di successo a cui accade qualcosa di totalmente imprevisto: la morte della moglie. Contrariamente però a quanto ci si potrebbe aspettare, la sua reazione non è di rabbia o di dolore ostentato. In lui nasce un “caos calmo”, una sorta di nuova coscienza dell’esistere. Assecondando questa nuova e sconosciuta sensazione, Pietro decide di passare le giornate successive al funerale davanti la scuola di sua figlia Claudia. Diventerà un punto di riferimento per tutti...

Recensione: "ITOPINONAVEVANONIPOTI". Leggetelo al contrario..è uguale. É un palindromo. Ed è reversibile. Ma l'episodio che scatena il "caos calmo" di Pietro Paladini, non lo è. La morte della moglie Lara è uno di quegli eventi irreversibili. Indietro non si torna, e avanti non si riesce ad andare..così Pietro se ne sta su quella panchina davanti alla scuola di sua figlia e ogni giorno la aspetta fino a quando esce. Ero curiosissima di vedere questo film..no, non per la scena di sesso tra Moretti e la Ferrari!!..perchè ho letto il libro omonimo di Veronesi da cui è tratto e mi è piaciuto molto, l'ho trovato originale e ben scritto, l'ho finito in un soffio. Non essendo una lettrice formidabile, non mi capita spesso di poter conoscere la "sceneggiatura" di un film e di poter paragonare il video alle parole scritte, sempre che un paragone sia possibile farlo..Così mi sono subito accorta che la versione cinematografica di "Caos Calmo", non vive senza le pagine che gli stanno dietro, troppi passaggi sono riservati solo a chi si siede sulla fatidica poltroncina già abbondantemente preparato. E troppe cose di riflesso rimangono poco chiare a chi invece non sa nulla di Pietro e della sua non-sofferenza. Quando ho saputo che sarebbe uscito il film, mi sono subito chiesta quale attore avrebbe interpretato il ruolo del protagonista..e letto il nome di Moretti, beh mi è preso un colpo!!!!..Vedendolo invece mi sono davvero ricreduta, un attore intenso..che si trattiene quando la scena lo richiede, che esprime tanto nei pochi spiragli di sofferenza sofferta. Sì perchè tutto il resto del tempo invece quella che dovrebbe essere la disperazione di un marito rimasto vedovo rimane non-espressa. Mentre Pietro sta strappando alla morte una perfetta sconosciuta salvandola dalle acque agitate di Rocca Mare, la persona che dovrebbe essere a lui più cara viene strappata con forza alla vita sotto gli occhi della figlia Claudia..ma loro non soffrono. Il primo per amore della figlia, e Claudia di riflesso al padre. Per questa sua apparente e sorprendente serenità davanti ad una tragedia del genere, Pietro diventa la spalla su cui piangere per eccellenza di parenti, amici, colleghi..Il mondo continua a girare intorno a lui, la fusione della società per cui lavora con un colosso americano si sta per attuare e lui, dirigente dei piani alti, può permettersi di stare lì, a salutare Claudia ad ogni ricreazione. Certo, cosa un pò improbabile nella vita reale, ma, concesso questo, la storia di Caos Calmo è coinvolgente, i personaggi tutti ben sviluppati, originali, anche abbastanza assurdi, ma ironici e soprattutto ognuno perfettamente interpretato da un Orlando o da una Golino o da un Gassman. Il mondo interiore di Pietro, nel libro tantissimo raccontato, nel film lo si coglie comunque in tante piccole scene..come quando per la prima volta nella sua vita aspetta Claudia all'uscita da scuola e gli sembra sia la cosa più fenomenale del mondo..bellissimo momento. Oppure nei suoi elenchi mentali di compagnie aeree con cui ha volato, delle case in cui ha vissuto.. É in questo mondo interiore che Pietro cerca disperatamente di soffrire, ma non ci riesce, forse perchè non ha amato Lara abbastanza, forse perchè non la conosceva veramente; e così la fatidica scena di sesso con la Ferrari (alias Eleonora Simoncini, la donna che Pietro salva mentre sua moglie sta morendo) non è altro che l'apice di un processo di auto-punizione che avviene tutto dentro di lui e di cui nulla fa trapelare all'esterno. Nell'unica scena in cui si abbandona a piangere, Pietro-Moretti è da solo in macchina..Il fondo lo ha toccato, adesso è ora di riprendere a vivere, ma nessun personaggio tra quel mondo di adulti paranoici ha il coraggio di interrompere la sua "convalescenza". Sarà la piccola Claudia presa in giro dai compagni ad invitare il padre ad andarsene via da quella panchina perchè "i bambini, lo sai come sono a volte papà..spietati!". I grandi invece vivono di aspettative..di modelli, di ruoli. Pietro dalla sua panchina sconvolgerà gli ordini e sovvertirà ogni logica conseguenza.


[Voto: 7,5]

venerdì 25 gennaio 2008

Giorni e Nuvole

"Giorni e Nuvole "

Regia: Silvio Soldini
Genere: Drammatico
Cast: Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Alba Caterina Rohrwacher, Carla Signoris, Fabio Troiano, Paolo Sassanelli, Arnaldo Ninchi

Italia, Svizzera 2007

Trama: Elsa e Michele sono una coppia colta e benestante con vent’anni di matrimonio alle spalle e una figlia di nome Alice. La loro serenità anche economica ha permesso a Elsa di lasciare il lavoro e coronare un antico sogno: laurearsi in storia dell'arte. Ma improvvisamente la loro vita cambia: Michele le confessa di aver perso il lavoro. Il futuro non si presenta più così tranquillo e prevedibile: svanisce la certezza di poter contare su stabilità e serenità. Gli equilibri che sembravano consolidati rischiano di crollare e di travolgere ogni aspetto della loro vita, persino il rapporto con Alice. Moglie e marito sono costretti ad affrontare la crisi, ognuno a modo suo, contando sulla non comune forza della loro unione. Ma questo basterà a salvarli?

Recensione: "Giorni e Nuvole" è un film che mette alla prova. Sì. Che in diversi momenti fa quasi venir voglia di mollare, di cedere e abbandonarsi a quelle scomode poltroncine di un cinema che non tiene il passo dei confortevoli (e carissimi) multisala, e di dire "è troppo pesante..". E invece vale assolutamente la pena di andare avanti perchè Soldini si rivela anche questa volta una certezza, uno sguardo originale e brillante in una trama in cui i giorni passano lenti e il cielo è sempre grigio e riesce comunque a ritagliare all'interno dei giorni tristi di Elsa e Michele momenti di impagabile e sottile ironia. Ma ne vale la pena anche per la bravura degli attori. Sorprende ad esempio quanto sia bravo Albanese in un ruolo che non ci si aspetterebbe interpretato da lui, così come sorprende la Buy che questa volta non recita la parte della donna fragile, sull'orlo della crisi. Anzi, è la colonna portante di una famiglia che si trascina avanti sempre più faticosamente..e l'unico suo momento di debolezza, un tradimento ormai annunciato, non rimane altro che una delle tante nuvole che passano nei giorni difficili di una nuova, non voluta, vita. L'amore e la stima,in questo film, si rischiano di perdere in altri modi: schiacciando le bottiglie di plastica per la raccolta differenziata, tentando di tappezzare di fiori il salotto della vicina..tirando uno schiaffo ad una figlia che vorrebbe solo essere utile. Gli eventi si susseguono accompagnati da una musica che mette ansia per tutta la durata del film senza che Michele li riesca a controllare o perlomeno assorbire nel meno peggiore dei modi. Questo lo differenzia dal fentastico personaggio della casalinga che sa suonare la fisarmonica di "Pane e Tulipani". Qui, infatti, anche se un pò per caso e un pò per errore, Rosalba sceglie consapevolmente di lasciarsi dietro tutto quello che è stata e di tuffarsi a capofitto nel rischio più assoluto. Michele invece, si ritrova senza volerlo in una realtà che non è la sua, in un mondo del lavoro che chiude le porte a chi non è più giovanissimo, che chiude le porte a chi non sa reinventarsi..che chiude le porte a chi non sceglie di accontentarsi. Eppure non si riesce a provare pena per lui, socio di una società che lo ha fatto fuori, in balia di giornate intere che passano lente e che non riesce a riempire. Lo si ama in ogni caso, come lo ama Elsa che, nonostante tutto, vuole lui al suo fianco, sul pavimento..a guardare il restauro di un affresco che doveva essere opera sua e che invece ha sacrificato al call-center, al posto di segretaria..al trasloco in un appartamento più piccolo. A un marito che proprio non ce la fa a ripartire da zero. Ma alla fine del film, proprio sotto quell'inestimabile dipinto che è sempre stato lì ad aspettare che qualcuno lo aiutasse a tornare a splendere, ci si rende conto che quello zero non c'è mai stato..che a volte si può scoprire che un muro che sembra portante, in realtà non lo è. Che le vere fondamenta non sono altro che l'affetto, l'appoggio, l'amore. Che le nuvole vanno, vengono..ma c'è qualcosa che rimane nascosto dietro un cielo plumbeo, o sotto gli strati del tempo. Ci vogliono solo la costanza e la pazienza di aiutarlo a tornare a splendere. Come l'affresco..


[Voto: 7.5]

giovedì 10 gennaio 2008

Little Children

"Little Children"

Regia: Todd Field
Genere: Drammatico
Durata: 130 min
Interpreti: Kate Winslet, Patrick Wilson, Jennifer Connelly, Gregg Edelman, Sadie Goldstein, Ty Simpkins, Jackie Earle Haley, Phyllis Somerville
Colonna sonora: Thomas Newman
USA, 2006

Trama: Il film racconta la storia di coppie sposate e frustrate da partner noiosi, figli viziati e vite prevedibili, che il giorno sembrano famiglie perfette mentre nella notte sono tutt'altro. Sarah è una madre sposata con un marito, Richard, ossessionato con il porno su internet. Todd è un padre casalingo sposato con Kathie, documentarista fissata dal voler fargli riprendere la carriera legale. Mary Ann è una supermamma organizzata con una figlia di 4 anni già con il futuro destinato ad Harvard. E infine Ronnie, un pedofilo uscito dalla prigione che fa ritorno a casa. In questo clima di famiglie disfunzionali, Sarah e Todd iniziano una storia che li riporta all'età dell'adolescenza, in quel periodo di libertà tra le responsabilità dell'infanzia e quelle di essere genitori. (mymovies.it)

Recensione: Comincio dicendo che è assurdo. L'Italia non ha minimamente sfiorato questo film, nè al momento della sua uscita nelle sale americane, nè durante gli Oscar 2007, nè nei mesi successivi. Il film non è neppure stato doppiato nella nostra lingua, come se fosse una produzione di second'ordine. Non entro nel merito dei processi di produzione italiani, dico soltanto che è una vergogna, nel senso vero del termine. Vengono proiettati al cinema film con budget illimitato e trame masticate e rimasticate. Vanzina e company mettono piede nelle sale ogni santo Natale, e, come per magia, fanno milioni a palate. I film importati dall'estero, quelli di un certo peso espressivo, vengono rilegati alle piccole sale d'essai, oppure tenuti in programmazione per una settimana, dieci giorni massimo. Certo, il pubblico forse vuole questo e dei film veramente ben fatti se ne frega, ma per alcuni versi non ne sono poi così tanto sicuro. Ci hanno abituato in questo modo, soprattutto negli ultimi anni.
"Little Children" è mancato alle sale italiane come un grande libro manca nelle librerie di periferia. Non parlo di best-seller, che non sempre sono all'altezza della loro nomina, parlo di quei libri che davvero lasciano un segno, trattenendoti il fiato, catapultandoti per un po' di tempo in un mondo non tuo.
Questo film è esattamente questo. Ti "risucchia" nella sua trama e neppure ti rendi conto che stanno passando più di due ore.

Vicende che non hanno nulla di paranormale. Vite che s'intrecciano nella "suburbia" americana, un p0' quella delle "Desperate Housewives". Con la differenza che in questo film la realtà delle storie narrate la si tocca con mano, e le patinature perfezioniste si sgretolano non con omicidi o fatti inspiegabili, ma con puri riferimenti alla società odierna, così solida e benestante nella facciata, ma in realtà in bilico continuo tra frustrazione e pessimismo.
L'inizio del film mette in risalto quell'aspetto leggero ma pungente di essere madre tra le madri: critiche, asprità, commenti detti sottovoce, diversità. Kate Winslet, con il suo sguardo stanco e un po' sottomesso alla vita che conduce, è perfetta anche stavolta. Perfetta perchè sa mettere in scena con maestria il suo personaggio, annoiato e intriso in una routine fatta di parco giochi e merendine, di chiacchiere sterili e sorrisi ipocriti. Il perfezionismo, essere una madre modello, fare solo ciò che il buon senso dice di fare. Eccole le madri americane, affaccendate a giudicare severamente gli altri, a punire verbalmente i trasgressori, ad elevare le loro doti senza nessun margine di dubbio. Entra poi in scena il personaggio interpretato dal bravissimo Patrick Wilson. Lui conduce una vita da casalingo, non ha mai concluso gli studi di avvocato, e si dedica completamente al piccolo figlio. Di nuovo un "diverso", un uomo che prende il ruolo femminile e lo fa proprio, un uomo che affascina le perfette casalinghe del parco rendendole ancora più pettegole e maliziose.
Ed ecco l'incontro, quasi casuale, tra Kate e Patrick. Si affaccia nei loro volti la trasgressione, la perdita di controllo, la voglia di uscire dagli schemi imposti e autoimposti. Nasce un'amicizia forte e impulsiva; il personaggio di Kate, Sarah, scopre che il marito preferisce masturbarsi davanti al computer piuttosto che darle attenzioni, e per questo motivo, decide di tentare, vuole sentirsi ancora desiderata, vuole mettere in risalto quella sua forte fisicità, e per questo si lascia andare. La passione tra i due viene tenuta a freno, tra sguardi sfiorati e carezze rubate,ma alla fine esplode in una reazione quasi violenta, che porta i due a trasgredire sempre più spesso, mentre la loro vita apparente viene portata avanti tra bugie e paure.

In questo contesto di "distruzione" dei valori americani, bigotti e incapaci di perdonare, si colloca il personaggio di Ronnie, pedofilo appena uscito di prigione, desideroso di una redenzione che mai gli verrà data. Un uomo fragile, curvo su stesso, che vive ancora con l'anziana madre, l'unica ad averlo perdonato ed essere andata oltre gli errori commessi dal figlio. Viene evidenziato il fatto che spesso chi viene condannato non avrà più possibilità di redimersi. Una volta commesso un errore, piccolo o grande esso sia, questo resterà impresso in ogni azione futura, e in questo modo non ci saranno possibilità di riconquistare una dignità umana; quella dignità che tanto reclamiamo con forza in ogni momento della nostra vita. Ronnie vive nelle azioni passate, è incapace di amare, è incapace di muoversi al di fuori delle sue quattro mura, è incapace di credere in qualcosa e per tutto il vicinato lui è "il diavolo". La madre è la sua unica protezione, e lui in fondo non è mai realmente cresciuto, è rimasto in bilico tra la perversione dei suoi atti e la purezza dei suoi modi di fare. Un uomo che è destinato a perire moralmente, la società non sarà mai in grado di riabilitarlo.

Perfezione, moralità, famiglia, perdizione, passione, amore, obblighi, doveri, fragilità, sesso, redenzione. Sono tutte parole che rieccheggiano, alternandosi, per tutta la durata del film. Un film che non vuole essere un insegnamento morale, non vuole fare nessuna predica, non si mette in cattedra. E' un film che tristemente mette in luce la vita così com'è, la vita dietro la facciata. La vita che dà e toglie, la vita che non spicca il volo, la vita che già sta donando ma si è troppo distratti per rendersene conto.
Come sottofondo dell'intero film, il rumore incessante del treno, che diventa quasi una presenza incombente, quasi un disagio, un rombo che si sossegue scandendo il tempo come gli orologi nella casa di Ronnie.

Ho letto da qualche parte che questo è un film che mette in luce come noi vediamo gli altri, come gli altri ci vedono e come noi vediamo noi stessi. Sono assolutamente d'accordo. E' un film che guarda con tanti occhi, che parla con tante bocche e che traspira vita e sudore, sangue e lacrime.

Accosterei questo capolavoro ad "American Beauty", proprio per lo spaccato di vita americana che ci sa offrire.

Candidato a tre Oscar, miglior attrice protagonista per Kate Winslet, grandiosa in ogni minuto del film (è un peccato che non abbia portato a casa la statuetta), miglior attore non protagonista per Jackie Earle Haley, migliore sceneggiatura di Todd Field.

Un capolavoro, a mio parere, con un'ottima colonna sonora dell'insuperabile Thomas Newman (da sempre il mio preferito).

Tralasciando il fatto che l'Italia s'è dimenticata di "Little Children", dal mio punto di vista sono davvero contento di essermelo gustato in lingua originale.


Voto: 10




Le ricamatrici

"Le ricamatrici"
(Brodeuses)

Regia: Eleonore Faucher
Genere: Drammatico
Durata: 88 minuti
Interpreti: Lola Naymark, Ariane Ascaride, Thomas Laroppe, Marie Felix, Arthur Quehen, Jackie Berroyer
Colonna Sonora: Michael Galasso
Francia, 2003

Trama: Decisa a dare in adozione il bambino che aspetta, Claire, 17enne dalle grandi capacità manuali, mantiene segreta la gravidanza. La signora Mélikian, rinomata ricamatrice a cui è appena morto il figlio, accetta di assumerla come apprendista. Tra le due si instaurerà un tenero rapporto di amicizia e complicità, che le aiuterà a ritrovare il senso della vita perduto.

Recensione: I film francesi hanno qualcosa in più, o forse qualcosa in meno. Sanno mettere sullo schermo silenzi e sguardi senza l'uso di artefizi, e sanno essere poetici con ben poco. Questo film è l'esempio della purezza narrativa francese, che a palati meno raffinati può sicuramente risultare noiosa e ritmicamente soporifera. Io l'ho trovato delicato come un ritratto a pastelli, l'ho trovato dolce ma con qualche punta di amarezza; quell'amarezza che la vita ci offre con i suoi tumulti, con i suoi fatti inspiegabili, con le sue paure.

Sono fondamentalmente due gli elementi che più mi hanno colpito. Non la vicenda, che non ha nulla di esaltante, nulla di urlato, nulla di così nuovo o originale, non la sceneggiatura, che è chiaramente molto silenziosa, incastrata tra pochi dialoghi; ma i colori, le tinte e gli sguardi.
Il film gioca tutto sui toni pastello e sembra dipinto su carta. Il verde e il rosso sono i colori predominanti. Il verde della natura, il verde delle porte, il verde dei muri e dei vestiti di Claire, e il rosso dei capelli della protagonista, che risaltano più di ogni altra cosa nell'intero quadro fotografico. Guardare questo film mi ha ricordato vecchi quadri impressionisti francesi. Sussurrati, danzanti, un po' sospesi. Questi colori sono così, e non urlano mai, proprio come il fillm stesso.
Gli sguardi sono intimi, profondi e reali; sono palpabili i sentimenti di ogni personaggio. C'è chi drammaticamente ha perso un figlio e un amico, chi vorrebbe essere capita dalla propria madre e che deve tenere nascosta una forte verità, c'è chi vorrebbe avere la sorella vicina, c'è chi vorrebbe amare di nuovo. E gli sguardi sono lì, si sosseguono senza tregua, parlano e dialogano con la cinepresa senza emettere un suono. Colori e sguardi, una combinazione poetica e ritmica.

Raffinata è la messa in scena di un lavoro antico come il mondo: il ricamo, il cucito. La cinepresa è sapientemente diretta sui particolari delle mani delle donne, sui minuziosi orpelli e sui tragitti del filo, e i ricami divengono quasi palpabili, luminosi, musicali.

E poi c'è l'amicizia, il rapporto femminile di reciproca introspezione, i piccoli gesti che riportano il sorriso, la ricerca del rapporto madre - figlio, il lavoro di squadra. Tutte cose piccole ma sincere, descritte con una purezza raffinata tutta da osservare.

Un bel film, semplice, senza nessuna grande pretesa, ma che nel suo piccolo ti resta dentro.

Da notare l'intensa colonna sonora, firmata da Michael Galasso.


Voto: 8.5


giovedì 3 gennaio 2008

Neverland

"Neverland"

Titolo Originale: Finding Neverland
Regia: Marc Forster
Genere: Drammatico
Cast: Johnny Depp, Kate Winslet, Julie Christie, Nick Roud, Radha Mitchell, Joe Prospero, Freddie Highmore, Dustin Hoffman

GB, USA, 2004

Trama: J.M. Barrie è un famoso scrittore e drammaturgo londinese che ha però perso la sua ispirazione..La ritroverà per caso passeggiando nei giardini di Kensington dove incontrerà la vedova Llewelyn Davies con i suoi 4 bambini. Ma la vita reale non è quella che Barrie immagina insieme ai suoi nuovi "compagni di giochi", non è Neverland e presto anche l'eterno bambino dovrà fare i conti con una società che non lo comprende e un dolore in agguato..Non prima però di aver dato forma e sostanza al suo personaggio migliore, Peter Pan.

Recensione: Avevo già visto questo film, ma non l'avevo apprezzato abbastanza. Forse non ero nello stato d'animo ideale..ma questa volta l'effetto è stato perfetto: un continuo, lontano nodo alla gola. Perchè se la protagonista di un film tossisce, non è mai per caso..e se quella protagonista poi è la bravissima Kate Winslet affiancata dall'indimenticabile Edward Scissorhands, beh è inevitabile farsi commuovere. Neverland è un film assolutamente equilibrato. Emoziona sì, ma non risulta mai stucchevole. E ciò che emoziona sono sentimenti semplici, sì. Ma mai banali e sempre dalle mille sfaccettature..Le buone intenzioni dello scrittore in crisi Barrie, infatti, si rivelano un'arma a doppio taglio..mentre quella che sembra una figura fin troppo rigida, Mrs Du Maurier, in realtà è una mamma che vuole il bene di sua figlia e dei suoi nipoti e che quando capisce quanto è vero l'affetto che li lega all'eterno bambino Barrie, si arrende all'evidenza. Anche la storia d'amore che non arriva mai e che solo alla fine viene lasciata intendere, non fa altro che aiutare la trama a non cadere in fin troppo facili risvolti. E che dire di quel Peter Pan che non è un bambino mai cresciuto, ma un adulto che non vuole crescere?..incantevoli quelle scene in cui l'immaginazione diventa palpabile, proprio come fanno i bambini quando giocano. Proprio come il piccolo Peter non sa più fare dalla morte del padre. Proprio come Depp riesce ad insegnarglielo di nuovo, solamente amandolo. E, se Micheal, il più piccolo dei 4 fratellini, riesce a correre talmente veloce da far volare l'aquilone..allora forse è vero. Immagina una cosa più forte che puoi..iniziando a crederci, sei già a metà dell'opera.


[Voto: 9]

mercoledì 2 gennaio 2008

L'attimo fuggente

"L'attimo fuggente"

Titolo Originale: Dead Poets Society
Regia: Peter Weir
Genere: Drammatico
Cast: Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke Josh, Charles Gale, Hansen Norman Lloyd

USA, 1989

Trama: John Keating, giovane insegnante di letteratura inglese, arriva nel 1959 alla Welton Academy, di cui era stato allievo, dove regnano Onore, Disciplina, Tradizione e ne sconvolge l'ordine imbalsamato insegnando ai ragazzi, attraverso la poesia, la forza creativa della libertà e dell'anticonformismo.


Recensione: Semplicemente meraviglioso. Tutto qua. Senza entrare nel merito della regia, della sceneggiatura, del rischio di potere essere il classico polpettone americano..non mi va di farlo nè tantomeno ne ho la qualifica. Ma quando parlo del cinema come "emozione" che fluisce, intendo questo. Intendo lo sperare ogni volta che il finale sia diverso e invece il colpo di pistola viene sempre sparato e il professor Keating sempre espulso dalla prestigiosissima quanto bigotta e ottusa Welton. Intendo la storia banalissima dello sfigato innamorato della Cheer Leader fidanzata del Quoterbeg, perchè, se raccontata con semplicità e maestria, diventa tenera anche se prettamente U.S.A.!! Insomma intendo dire che di questo film ci si può tranquillamente innamorare..sarà merito di Robin Williams, irrimediabilmente perfetto in ogni ruolo da lui interpretato, oppure della freschezza dei ragazzi; nessuno di loro è ancora un attore professionista e questo lo si avverte nella loro spontaneità..sarà che il "carpe diem" è la filosofia che ognuno di noi vorrebbe far sua e che, almeno per qualche minuto di pellicola, sembra essere facile da realizzarsi..peccato che i conti con la viscida realtà li fa persino Holliwood!..É anche vero che il lieto fine, nella maggior parte dei casi, risulta scontato anche se in fondo in fondo auspicato dallo spettatore dalla lacrimuccia facile..soprattutto in questo caso perchè il gesto disperato del giovane sognatore Neil finisce per essere praticamente inutile. Per fortuna c'è la scena finale che con quel "Capitano, mio capitano" fa aprire i rubinetti a chi ha voglia di farsi commuovere e storcere il naso ai cinici che non sanno emozionarsi. In ogni caso, fa ben sperare..In conclusione, un film visto e stravisto che però, come il "barbarico yeap dello zio Whitman", risuona ancora sopra i tetti del mondo..


[Voto: 8]