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lunedì 21 aprile 2008

Caramel

"Caramel"
Titolo Originale: Sukkar Banat
Regia: Nadine Labaki
Genere: Commedia/ Drammatico
Cast: Nadine Labaki, Yasmine Elmasri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam, Sihame Haddad, Aziza Semaan
96 minuti, Libano/Francia, 2007

Breve Trama: Donne che si incontrano nella Beirut di oggi, con un salone di bellezza quale epicentro delle chiacchiere, degli appuntamenti, come anche del nascere, dello sfaldarsi o del ricomporsi di rapporti sentimentali e affettivi di vario genere.

Recensione: Le storie al femminile mi affascinano da sempre, forse per il fatto che hanno molto da raccontare, forse perchè le donne hanno quel qualcosa in più, come i ricami usciti dalle mani sapienti di una nonna o come il profumo di un vecchio comò su cui sono appoggiati oggetti senza tempo.

Le donne contengono nei loro occhi dei misteri incalcolabili e spesso indecifrabili, si nascondono dietro folte capigliature o trucco di ogni tinta e colore, si celano dietro rossetti e sguardo fiero, mentre mascherano storie forse infinite, storie di cui non vogliono parlare o di cui sanno raccontarne solo una parte.

"Caramel" è una prova di stile, è una poesia tutta al femminile in cui la protagonista (Nadine Labaki) si cimenta sia davanti che dietro la cinepresa, decorando la pellicola con una forte capacità espressiva, aprendoci delle finestre e donandoci delle piccole chiavi per scoprire segreti e sogni di alcune donne; fragili, sognatrici, indaffarate, buffe e tristemente ironiche, ma sempre sensuali e ricche di sfumature come caramello appena sciolto.

Un film apparentemente leggero, in una Beirut scrutata con un altro punto di vista: non più guerre, bombardamenti, paura; in questo film tutto si tinge di vita, di lavoro, di traffico automobilistico, di ceroni e belletti, di tinta e trucco, di mesh, di profumi. Queste donne libanesi, moderne, occidentalizzate, sfoggiano la loro procacità, i loro occhi furtivi e luminosi, i loro seni prorompenti, la loro libertà, forse ancora stretta in alcune leggi che non decadono nel pensiero popolare. La donna, lo si intende in alcuni momenti del film, ha acquistato un valore nella società ma allo stesso tempo vive per alcuni passaggi fondamentali, tra cui il matrimonio e la sottomissione morale al marito ("Mia cara, tu ora dovrai vivere per il tuo signore e marito.." esclama la madre di Nisrine prima del matrimonio della figlia), e il sesso è un elemento fortemente implicito nei rapporti coniugali (La donna deve arrivare al matrimonio pura). Allo stesso tempo, l'elemento intimo, la verginità, viene, col passare del tempo, inteso alla maniera occidentale: avere ancora il ciclo è sinonimo di giovinezza, come insegna una delle protagoniste, ossessionata dalla rughe e sempre pronta a darsi una ritoccatina per poter passare umilianti ed estenuanti provini nonostante l'età che avanza.

E' anche un film sull'amore, sul tradimento, sui contrasti, sull'amicizia, sulla solitudine, sulle aspettative. E' un film di sguardi, immensi sguardi rotondi e morbidi, talvolta segnati dal tempo e dalla stanchezza, talvolta caldi e intensi come la passione umana. Personaggi corali affrescati un po' in stile Almodovar (il parallelo con "Volver" è implicito), vividi e reali e allo stesso tempo un po' sollevati da terra, come se in realtà non ci fosse un come e un dove, e forse neppure un perchè; e tutto sà parlare, anche uno specchio o piccoli fogli di carta, mentre i battiti scorrono e il sole tramonta dietro una strada che porta al domani.

E' un film generazionale, gioventù, mezza età e vecchiaia a confronto: donne che partono per la vita, donne che non vogliono fermarsi e vorrebbero far parte ancora della prima categoria, donne che hanno vissuto un'intera esistenza in una sartoria, e che all'amore devono rinunciare, non credono più di essere adeguate e il trucco non dialoga più con il viso, la pelle parla di cose andate che non possono essere recuperate.

Sapiente la telecamera, che s'infila negli interni, scova i movimenti degli occhi, accentua la luminosità delle pupille (gli occhi di Layale, la protagonista, sono un toccasana..), mette in luce i gesti e sà essere presente dove ci vuole qualcosa in più.

Un film che sono certo può risultare noioso, per chi lo guarda con l'ottica del ritmo. Perchè non ci si abitua al fatto che certi gesti hanno bisogno di tempo, certe espressioni non hanno fretta, e per capire meglio bisogna stare in silenzio per qualche istante, senza aspettare la scena successiva.

Bellissima quella donna misteriosa che entra nel locale quasi in punta di piedi, danzando sensualmente in un rito consolidato (il lavaggio dei capelli) e lasciando sottointese altre storie d'amore, quelle tra due donne.

E' un ritratto femminile leggero/non leggero, anche qui dipende da chi guarda e da che tipo di specchio si usa per riflettervisi dentro.

Voto: 9



sabato 5 aprile 2008

Away from her - Lontano da lei

"Away from her - Lontano da lei"

Regia: Sarah Polley
Genere: Drammatico
Cast: Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Deanna Dezmari, Michael Murphy

Canada, 2007

Trama: Fiona e Grant, sposati da più di quarant’anni, vivono un’esistenza serena, Ma l’Alzheimer di Fiona progredisce e la decisione del ricovero in un istituto specializzato diventa inevitabile.

Recensione: Bianco, sfumature, neve, riflessi, lana e vapore. Questa può essere la memoria umana, talvolta, così labile e fragile da non percepire più l'essenza delle cose, i ricordi, il calore della vita, dell'abbraccio.

Questo è l'Alzheimer, e questo è l'elemento che come un pennello tratteggia le frasi poetiche di questo film. Un film delicato e melodioso; una melodia triste fatta di sguardi atrocemente segnati dal dolore, ma anche una melodia della speranza, del vero amore, della libertà del lasciare amare.

Un film che fa i conti con la realtà, quella realtà che gioca a dadi col destino e improvvisamente toglie la stabilità, toglie i gesti, l'odore di caffè della propria casa, le sciate sulla neve e l'odore dei corpi, che si sono conosciuti, si sono amati e hanno combattuto certe battaglie, resistendo per 44 anni.

Brent (un fantastico Gordon Pinsent) e Fiona (un'insuperabile, eterea e dolcissima Julie Christie) si trovano ad affrontare una problematica umana e spiazzante. Perdere la memoria è atroce, lo è inizialmente per chi comprende di smarrire le tessere del puzzle, poi, man mano che la situazione peggiora, lo è per chi è stato parte dei giorni, parte dei respiri e degli attimi che hanno ricamato una vita intera.

Brent, distrutto, affronta un amaro distacco, inizialmente fisico, poi mentale e sentimentale. Fiona si ricovera personalmente in una clinica e dimentica del tutto la sua vita con il marito, ne ricostruisce un'altra tra le mura di quell'ospizio e si lega affettivamente ad un altro paziente, Aubrey, sposato anch'egli da molti anni con Marian. La mente ha ricombinato gli affetti, Brent è un esterno, un visitatore che si sente ripetere "verrai tutti i giorni, vero? Sei proprio insistente." , una persona che per Fiona sembra apparsa dal nulla, sfumata come i colori e i ricordi di un'Irlanda ormai lontana.

Il destino ha dato tutto e ha tolto subito dopo, in un soffio di gelidi rimpianti, in cose dette e poi dimenticate, negli occhi blu della protagonista, nella speranza di un ritorno.

Il film inizialmente danza sul ghiaccio, in un delicato fremito di attimi intermittenti: presente, passato, ancora presente, poi un passato ancora più lontano, fatto di spruzzi di immagine sfuocate, sillabate, frammentate. Poi si ricompone nel presente, mentre Fiona perde il controllo di se stessa; quel suo nuovo amore, così semplice e fanciullesco, le viene portato via senza spiegazioni, e il suo nuovo equilibrio cade.

Brent invece non ha molto a cui appoggiarsi, ha sempre vissuto per la moglie, forse senza rendersene davvero conto; è come svuotato della sua essenza vitale, e tenta di riappropiarsi dei suoi attimi, senza però intromettersi nella vita della moglie. Cerca di farla felice, perchè è questo che vuole, e con lo svolgersi della storia, anche le tessere, tristemente naturali, ridimpingono nuovi incontri, nuovi equilibri, che esaltano la vita, il rispetto per chi si ama, e tutto è plasmato con delicati e sapienti dialoghi.

"Amare non è ricordare", è il primo messaggio del film: l'amore risiede in un posto più lontano dalla mente, e se i ricordi sfuggono, è l'unica cosa che può restare e può farti rivivere nel calore altrui.

"Non è mai tardi per diventare quello che puoi essere" è il secondo messaggio, esclamato dalla giovane infermiera Kristy, che ha un bagaglio di sofferenza diverso da quello di Brent; una sofferenza causata da quel tipo di memoria che è stata cancellata di proposito, quella dimenticanza che porta ad essere esclusi senza ragione dalla vita altrui. A lei viene affidata la battuta che chiude il senso del film, e fa rinascere un nuovo seme.

Lo stesso messaggio lo racchiude il personaggio di Marian (Olympia Dukakis, espressiva e romantica, perfetta nel suo ruolo), moglie di Aubrey, che entra nella vita di Brent inaspettatamente, ma che gli ridona un senso, e che passionalmente esclama: "Qualche volta bisogna prendere una decisione, quella di essere felici."

Un film stupendo, la fotografia (di Luc Montpellier) è orchestrale, poetica, come le immagini che ci portiamo dentro.

Un film da riflettere, da rivedere, da gustare.

Un film sulla memoria dell'amore, non sulla memoria della mente. C'è davvero differenza, non capita spesso di rendersene conto.

Voto: 9




domenica 30 marzo 2008

Non è mai troppo tardi

"Non è mai troppo tardi"

Titolo Originale: The Bucklet List
Regia: Rob Reiner
Genere: Commedia
Cast: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow
Usa, 2007

Breve Trama: Uno scorbutico milionario e un pacifico padre di famiglia si ritrovano nella stessa stanza d’ospedale con pochi mesi di vita a causa del cancro: redigono “La lista del capolinea”, le cose da fare prima di morire.

Recensione: Jack Nicholson e Morgan Freeman insieme. Due grandi del cinema americano sfoggiano tutta la loro bravura in un film che sembra assemblare i caratteri di altri film dei due attori.

Nicholson ricco, incazzato, sbruffone, un po' cinico ma fondamentalmente solo e malinconico (un misto tra Schimdt, Harry di "Tutto può succedere" e Melvin di "Qualcosa è cambiato") e Freeman sereno, intelligente, con quell'aria serafica di una persona che ha raggiunto la pace spirituale (qui si intravede, malgrado si parli di film stilisticamente diversi, la personificazione divina nei film "Una settimana da Dio" e "Un'impresa da Dio"). Ma i due, anche se portano sullo schermo un riassunto della loro carriera, sanno il fatto loro e sono affiatati come una coppia di amici di lunga data.

Il film ci presenta, nella classica maniera americana, due persone completamente diverse, che non si conoscono e neppure avrebbero la possibilità di farlo. Appartengono a due mondi che non facilmente collidono, Edward (Nicholson) è il direttore strampalato di un ospedale, divorziato e donnaiolo, e Carter (Freeman) lavora in un officina, ha una famiglia e la stessa moglie da 30 anni. Il fattore che li unisce, in maniera di certo non geniale, è la malattia. Entrambi vengono ricoverati nella stessa stanza nell'ospedale di Edward e, come da copione, l'approccio non è dei migliori. La prima mezz'ora del film ci mostra supercialmente il calvario della chemioterapia, ma allo stesso tempo ci fa comprendere che tra i due sta nascendo un rapporto di amicizia, fatto di prime occhiate e battute che pian piano diventano dialoghi un po' più profondi e personali.

E si giunge all'aggancio della storia: la lista di "cose da fare prima di morire". Un foglietto di carta, pochi mesi per entrambi, tanti sogni nel cassetto. Ed ecco la scelta: compiere insieme un numero prestabilito di avventure prima che si chiuda definitivamente il capitolo vita. Dopo qualche titubanza, Carter accetta di seguire la lista insieme ad Edward.

Il film cambia registro, la malattia scompare completamente. I due cominciano una serie di sgangherate e anche un po' improbabili avventure che li portano in giro per il mondo. Certe situazioni sfiorano la banalità, altre fanno risaltare il personaggio burlesco di Nicholson, altre fanno ridere a crepapelle, e la sceneggiatura zoppica un po', mostrandoci una serie di luoghi comuni che però, grazie a due co-protagonisti, non vengono mai messi troppo in rilievo. La vicenda si riassesta col riaffiorare di problemi del passato (la figlia che Edward non vede da anni, la moglie di Carter che rivuole insistentemente il marito a casa) e, immancabilmente, con la ripresa del tema inziale della malattia.

I due stringono un forte rapporto, ed è forse questo l'elemento perno di tutto il film. Si fanno una promessa reciproca, che talvolta vacilla, talvolta viene offuscata dal richiamo delle proprie famiglie e responsabilità, ma torna sempre a galla, perchè di fondo c'è un'amicizia forte e sincera, che va aldilà di qualsiasi facile calcolo o svogliato senso del tempo che passa.

Sì, è vero, è la solita commedia edificante, che gioca sui contrasti e sulla morale, ma, tolte le trovate un po' imbarazzanti, mette in luce la semplicità dei rapporti tra le persone : quel rapporto che non sopravvive ma vive per entrambi (la morte per loro è vicina, quindi non c'è più tempo da perdere), quel rapporto che non giudica l'altro superficialmente ma che si spinge bel oltre gli errori umani che tutti noi, in qualche modo, siamo portati a compiere. Tra i due protagonisti si instaura un tacito consenso che è però fatto di presenza nella vita dell'altro; non si lasciano vivere ma si prendono per mano, per quanto possono, e sembrano dirsi "ce la faremo insieme".

Poi che il regista abbia scelto uno schema "doppio" e già largamente utilizzato (Morte/vita, ricco/povero, egoista/altruista, bianco/nero), in fondo, glielo concediamo.

Questo film non ha grandi pretese di spiegare la vita o di dare risposte, ma ci dice, ancora una volta, che di tempo non ne abbiamo molto e che ci conviene tenerci stretti gli attimi, e se per caso ci capita di incontrare qualcuno sul nostro cammino, magari qualcuno che è in difficoltà, possiamo cercare di stargli vicino, senza giudicare o descrivere la sua vita solo per fattori superficiali.

Il film lascia un sorriso stampato sulla faccia, anche se in qualche modo l'epilogo si delinea facilmente, e non sarebbe dei più felici.

Ma i due mattacchioni han fatto centro, il messaggio è arrivato.

Memorabile, nel finale, la gag del caffè, dove le risate sono spontanee e coinvolgenti.

Voto: 7.5

mercoledì 26 marzo 2008

Onora il padre e la madre

"Onora il padre e la madre"

Titolo Originale: Before the Devil knows You're Dead
Regia: Sidney Lumett
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Rosemary Harris, Amy Ryan, Sakina Jaffrey, Arijia Bareikis

Usa, 2007

Trama: Due fratelli, Andy e Hank, vivono serie difficoltà economiche. Il maggiore, Andy, escogita un piano: svaligiare la gioielleria dei loro genitori durante il turno di una anziana e indifesa signora. Ma quella che doveva essere una semplice operazione senza nè pistole nè violenza, va storta nel momento in cui Bobby, il ladruncolo ingaggiato per la rapina, cambierà le carte in tavola..

Recensione: La prima scena che lo schermo ci proietta addosso (soprattutto se sei seduto in terza fila) appena iniziato il film, è una scena di sesso che coglie di sorpresa e ammutolisce un pò tutti in sala: un flaccido e appesantito uomo di mezza età fa l'amore con una sexi e giovane donna. Lui in un attimo ci trasmette quella sensazione di viscido e di unto che ne caratterizzerà i tratti e gli atteggiamenti e che ne farà il ritratto psicologico meglio studiato e perfettamente descritto del film; Philip Seymour Hoffman sarà fenomenale nell'interpretazione del suo personaggio; lei, la bellissima Marisa Tomei, lo è talmente tanto che viene da chiedersi cosa ci faccia con l'altro. Non sappiamo chi sono, dove sono, di cosa stanno parlando, in quale universo spazio-temporale sono collocati. La seconda scena invece non ha più nulla a che fare nè con lenzuola appiccicose nè con loro, almeno apparentemente: è una rapina. É LA rapina. Quella intorno a cui ruoteranno protagonisti ed eventi, amore e odio, infelici coincidenze e vendette premeditate. É la rapina che 2 fratelli che non se la passano particolarmente bene decidono di organizzare nella gioielleria dei loro genitori: un giochetto facile facile. Niente armi, niente sparatorie, niente feriti, niente di niente. L'assicurazione che risarcisce i vecchi e un bottino che basti a Hank (l'espressivissimo e umanissimo Ethan Hawke) per pagare gli alimenti a una ex moglie e ad una figlia che lo considerano un fallito e ad Andy per fuggire a Rio dove il sesso con sua moglie Gina potrà tornare ad essere quello della scena iniziale, dove i problemi non riusciranno a trovarlo, più che altro dove gli avvocati della società che ha truffato non potranno rivalersi su di lui. "Non c'è accordo di estradizione tra Stati Uniti e Brasile": quella che tra le lenzuola di quella scena sembra una frase senza senso di Gina, troverà la sua giusta collocazione, come tutto o quasi in questo film che è un pò passato e un pò presente, in un circolo vizioso di sentimenti che non riescono a risalire in superficie. Gli eventi infatti non si susseguono nella maniera tradizionale e non si può nemmeno dire che il regista si serva del classico flash-back: ora è il giorno della rapina, ora è Andy 4 giorni prima, ora è Andy il giorno della rapina, ora è Hank la mattina stessa, ora è Hank 2 giorni prima. Così, tra continui sbalzi temporali che a volte affaticano e mettono a dura prova uno spettatore svogliato, le dinamiche di odio, di risentimento, di amore ci vengono svelate. Tutto a poco a poco appare chiaro, per quanto chiari possano essere i meccanismi contorti della natura umana. Quella rapina che, secondo i piani di Andy, sarebbe dovuta essere una passeggiata e che invece si trasformerà in tragedia, non è altro che l'inevitabile epilogo della storia di una famiglia imperfetta, come lo sono tutte del resto; ma se la scintilla della follia scocca anche in uno solo dei componenti, ogni vecchio rancore rischia di salire a galla e nessuno può uscirne illeso: la fatalità è la parola chiave. Andy non si è mai sentito parte di questa quadrata famiglia americana, non si sente nemmeno più figlio di suo padre, mette persino in dubbio il fatto che lo sia davvero, sono tutti così belli e lui così imperfettamente umano..sa che a breve la società per cui lavora arriverà a scoprire i numerosi ammanchi in un bilancio che finora era stato così bravo a far quadrare, il suo unico rifugio è un super-attico in centro a Manhattan di uno spacciatore di lusso che gli inietta eroina fluttuando nella sua vestaglia da geisha (unica scena a mio parere eccessiva del film..), il suo bilancio personale non gli quadra più da tempo e non può giocare con i numeri stavolta: quello che lui è, non è la somma delle sue parti, i conti non tornano. Forse è per sopperire a questo caos interiore che tiene maniacalmente in ordine il suo moderno appartamento, forse è per questo che neanche si scompone alla notizia del tradimento della moglie..si limita a rovesciare ordinatamente per terra vari oggetti di Gina. L'unica soluzione possibile gli sembra quella della fuga, ma non sarà abbastanza veloce. Giustizia deve essere fatta e nell'affannarsi per tentare di sistemare le cose, non farà altro che arrampicarsi sugli specchi. Se il male sa che sei morto, più che se "ci sono dei peccati che non dovrebbero essere commessi" - ma chi li traduce i titoli?? - è solo questione di tempo. Per ripristinare il giusto equilibrio, entrerà in gioco il padre dei 2 fratelli, in un gesto agghiacciante e spietato. Ancora più agghiacciante è la luce che invade lo schermo nella scena finale. Possibile che la vendetta sia l'unico modo per fare giustizia? Possibile che un padre possa arrivare a tanto? In fondo, bastano i fatti di cronaca per darsi una risposta. Nella vita, come in questo film, fare proprio il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire non è così lontano dalla sfera del possibile, è solo poco più in là della soglia tra follia e lucidità. Una volta oltrepassata quella soglia, il bilancio è compromesso, ma i conti, in un modo o nell'altro, devono comunque tornare..



[Voto: 7.5]

mercoledì 19 marzo 2008

Il mio amico giardiniere

"Il mio amico giardiniere"

Titolo Originale
: Dialogue avec mon jardinier
Regia: Jeane Becker
Genere: Commedia
Cast: Daniel Auteuil, Jean-Pierre Darroussin, Fanny Cottençon, Alexia BarlierHiam Abbass, Elodie Navarre, Roger Van Hool, Michel Lagueyrie
Francia, 2007

Trama: Un pittore affermato lascia Parigi per dare una sistemata alla casa della sua infanzia, in campagna, nella speranza di sottrarsi così alla crisi sentimentale e alla mancanza d’ispirazione che lo hanno colpito. Grande la gioia, quando il pittore scopre che il giardiniere assunto per aiutarlo nei lavori è un amico di antica data.

Recensione: Nella mia misera, ma sentita esperienza, credo siano principalmente due le cose che possono accadere con i film francesi: li si ama, o li si odia. Se scrivo questa recensione è perchè del dialogo tra il pittore e il suo amico giardiniere, io me ne sono decisamente innamorata. Sullo sfondo di un paesino di campagna, alle porte di Parigi, lontani dal caos e dalla frenesia di una qualunque città, i 2 protagonisti di questa semplice, ma commovente commedia ritrovano quello che li ha legati nella loro lontana infanzia e rispolverano una profonda e pura amicizia; e noi, lontani dai rutilanti block-buster rumorosi possiamo trovare il piacere di goderci le rarefatte atmosfere della campagna francese, i suoni della natura, l'importanza dei piccoli particolari, la bravura degli attori che interpretano i loro personaggi con maestria. Uno di loro è un pittore di fama con un matrimonio che sta fallendo e la voglia (ma anche la necessità) di trovare nuove ispirazioni, nuovi soggetti per i suoi quadri; sarà per questo motivo che abbandonerà il suo prestigioso atelier di Parigi per ritirarsi in campagna, in quella che era la casa dei suoi genitori. L'altro è un anonimo ferroviere con una passione, quella del giardinaggio (se avesse potuto scegliersi il nome, sarebbe stato nientemeno che "Del Prato") che si occuperà per puro caso dell'orto di "Del Quadro" (ovviamente..!), il pittore, suo vecchio compagno di scuola, e per lo stesso puro caso lo aiuterà a ritrovarsi. Senza bisogno di effetti speciali, incredibili scenografie o grandi nomi, questo film mi è entrato dentro con la sola forza della parola. Tutto si basa sui dialoghi infatti, gli sfondi sono essenziali: perlopiù il giardino incolto della casa d'infanzia di Del Quadro, il suo studio parigino - ma solo per poche scene - la casa "in stile molto più classico" di Del Prato, una fredda stanza di ospedale..senza svelare troppo, è chiaro fin dall'inizio che qualcosa dovrà succedere..e infine il lago. Dove i 2 amici fanno i conti con gli occhi della morte che sono in realtà quelli di una grande carpa, ma basta spingersi un pò più a fondo per cogliere quello che non si vede, ma c'è; credo sia questo il vero significato da recepire e fare proprio della storia dei 2 amici: non bisogna essere un'artista di fama per andare oltre, per varcare la soglia impercettibile che divide la realtà dall'immaginazione; Del Prato è un ferroviere che ha vissuto modestamente, che in 27 anni di matrimonio ha fatto sempre gli stessi 2 identici viaggi ogni sacrosanto anno con "la moglie", eppure è proprio lui che sa descrivere l'oceano con tutti gli altri sensi tranne quello più ovvio, la vista, e non è cosa da poco. Del Prato è un ferroviere, ma ha una passione: quella del giardinaggio, e nell'amore per le sue verdure diventa pittore, musicista, poeta. Con il suo linguaggio semplice, pratico, essenziale come tutto il resto, riesce comunque a fare il salto e a "vedere", più in là del solo guardare. Gli mancheranno i mezzi e a quel punto chiederà aiuto a chi è più pratico con colori e pennelli per riuscire nell'intento di lasciare qualcosa di lui anche quando non ci sarà più. Perchè in fondo questa è una delle cose che accomuna tutti noi, che accomuna anche 2 vecchi compagni di scuola che hanno intrapreso strade diverse: il desiderio di eternità. Farla in barba alla morte e impregnare di noi un qualcosa che rimanga qui e ora, anche dopo il nostro passaggio, che sia una tela, che sia un'orto coltivato..Con la sua camicia a quadri e le sue buffe pantofole, anche Del Prato sente questo lontano bisogno dentro di lui, lo esprime in piccoli gesti come nella ripetuta lotta con il solito pesce che ogni volta rigetta nel lago, ma la sua arte, quella del giardinaggio, non è certo inferiore a quella di un pittore affermato, che, se da un lato più autorevole, dall'altro a volte deve essere pietosamente piegata al cliente, o alla commissione. Il personaggio del giardiniere è quello che ho amato di più, ma sono rimasta piacevolmente colpita anche dal pittore perchè avevo paura che potesse accadere qualcosa di sgradevole, la battuta infelice sentita per sbaglio, l'incomprensione tra 2 persone così diverse..e invece anche la figura dell'artista, benestante, colto, affermato, non cade in stupidi pregiudizi. Bastano l'intelligenza, la cortesia e la gentilezza per comprendersi anche a distanza di anni e per riuscire a ridere insieme come nell'infanzia che rivive nei ricordi degli anni delle elementari, quando erano solo 2 bambini che combinavano disastri. Nel dialogo con il suo vecchio amico, Del Quadro ritroverà la passione che gli stava morendo dentro nella verità di pochi soggetti, semplici ma pieni di significato, come un coltellino e un pezzo di spago. Semplici, ma pieni di significato, come questa dolce storia di amicizia.



[Voto: 8]

domenica 2 marzo 2008

Sweeney Todd: Il Diabolico Barbiere di Fleet Street

"Sweeney Todd: Il Diabolico Barbiere di Fleet Street"

(Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street)
Regia: Tim Burton
Genere: Musical/Horror
colore 120 minuti circa
Cast:Johnny Depp, Helena Bonham-Carter, Alan Rickman, Timothy Spall, Sacha Baron, Cohen, Ed Sanders
USA, 2007

Trama: In una cupissima Londra di metà ottocento, il barbiere Benjamin Barker, aiutato da Mrs. Lovett, cerca la sua sanguinosa vendetta contro l’uomo che lo ha separato dalla sua famiglia.

Recensione:
Tanto sangue. Fiotti di sangue. Fiumi di sangue. Sangue che percorre il film e ne traccia ogni istante. Sangue che gioca tra le fessure e si pone come narratore silenzioso di una vicenda drammatica ma poco avvincente.
Il sangue di Burton, finto, artificiale, rassicurante. "In fondo è solo finzione".
Parto dalle note assolutamente positive: il cast, la scenografia e l'ambientazione. Superbi.
Johnny Depp è cupo e agghiacciante al punto giusto; nei suoi occhi si legge un demoniaco dolore che esprime la frustrazione della perdita e dell'ingiustizia. La sua lama è come una spada, ed è il parallelo infernale delle forbici di "Edward (Mani di forbice)".
Helena Bohnam Carter, nel ruolo di Mrs. Lovett, è pallida ed espressiva, manipolatrice come una vera donna innamorata. I duetti di questi diabolici protagonisti sono i migliori, i più sorprendenti e, a dirla tutta, i meno noiosi. E il sangue è il centro anche del loro rapporto, s'insinua nei dialoghi, goccia dopo goccia, scandendo i tempi di un pericoloso gioco senza lieto fine.
La scenografia e l'atmosfera ricreata è completamente di matrice burtoniana.
Una Londra buia, grigia, fumosa, umida e quasi disumana. Gente di passaggio, vestita di colori altrettanto spenti; persone che camminano come zombie tra le sagome di alte case dall'aspetto poco rassicurante.
Il fumo esce dai comignoli e gioca col cielo, basso e nefasto, e parla di morte per tutto il film. Parla di alienazione, di bene e male, di presagi, di vendetta e di tragedia.
Solo per qualche minuto, inaspettatamente, si apre un cielo azzurro di campagna simile a quelli di "Big fish". E si intravedono le burle e i sogni tipici dei film del regista, messi in scena dai desideri di Mrs. Lovett (l'amore in fondo riesce ad aprire squarci di luce anche nel nero più macabro).
L'ambientazione rievoca "La sposa Cadavere", ma in questo caso è completamente negato il fattore ironico e buffo, il fattore caricaturale. La morte non vive in un'altra dimensione ma è vicina a tutti, e si manifesta sotto mentite spoglie. La morte corre sulla lama di un rasoio.

La trasposizione cinematografica di un musical, in questo caso, ha penalizzato il film, almeno dal mio punto di vista. Il ritmo arranca dietro le canzoni, alcune scene sono iniettate negli occhi dello spettatore, mentre le musiche alienano le orecchie, senza creare suspence, stupore, rabbia, paura o altri sentimenti. Non ci sono coinvolgimenti, tutto rimane lì, in bella mostra sullo schermo; le canzoni si rincorrono senza stupire e rimangono poco impresse nella mente. Burton ha voluto sì giocare con le voci, cercando di farne la messa in scena dei caratteri personali dei protagonisti, ma in alcuni punti ci si aspetterebbe un dialogo parlato che dia una tregua alle orecchie, che faccia decollare il film, che smorzi l'orchestra e ci faccia riavvicinare ai rumori dell'ambientazione.
La vicenda non raggiunge un climax, le situazioni sono già anticipate, affrescate col sangue.
Testa dopo testa, poco di nuovo ci si aspetta dall'intreccio, che si spegne senza che ci si è realmente resi conto dell'accaduto.
Si rimane lì, davanti ai titoli di coda, con un senso di insoddisfazione e con un commento ben chiaro: "mi aspettavo qualcosa di diverso". Non so neppure cosa mi sarei aspettato, ma questo Burton è .. poco Burton.
Poca poetica, un film che strizza l'occhio molto più spesso al genere splatter, ma che nello stesso tempo non ci dona raccapriccio o disapprovazione.
I personaggi sono lì, delineati sulla linea del rasoio, e si affacciano al bene e al male in egual modo. Sono eroi e antieroi nello stesso tempo.
Ma Burton, questa volta, ha fallito il compito di farci immedesimare, manca completamente la personificazione.

"Sweeney Todd", quindi, è un film riuscito dal punto di vista visivo: è stato cioè in grado di fare ciò che il teatro non è in grado di ricreare in maniera sensoriale e tridimensionale; ha composto una scenografia che chiaramente la versione musical non poteva permettersi. Il palco non deve cambiare, i frammenti sono ricomposti col montaggio, i tempi possono accorciarsi, le luci sono perfettamente integrate con gli ambienti.
Ma dal punto di vista narrativo, il film avrebbe forse potuto dare di più.
In fondo i film di Tim hanno quasi sempre puntato su una forte dose di coinvolgimento. "La morte è più vicina di quanto si possa pensare, e, se vista dal verso giusto, può anche divertire".
Ma stavolta no, è una morte lontana, poco buffa.
Tanto sangue. Fiotti di sangue. Fiumi di sangue.

Voto: 7-

domenica 17 febbraio 2008

Micheal Clayton

"Michael Clayton"

Regia: Tony Gilroy
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: George Clooney, Tom Wilkinson, Tilda Swinton, Sydney Pollack, Micheal O'Keefe, Ken Howard, Denis O'Hare, Robert Prescott

Usa, 2007

Trama: Per 15 anni Michael Clayton, avvocato newyorkese, ha lavato i panni sporchi dei suoi facoltosi clienti 'aggiustando la verità'. Durante la risoluzione di una questione in apparenza semplice da sistemare, però, è lui stesso ad essere coinvolto in un caso scottante e Clayton vedrà trasformarsi nei peggiori quattro giorni della sua vita quelli che dovevano essere gli ultimi della sua brillante carriera.

Recensione: Micheal Clayton non è riuscito ad entrarmi dentro. Per me il cinema è emozione e con questo film non sono riuscita a provarne. Sarà che a volte scelgo di farmi prendere fin dall'inizio dallo spirito critico e decido che niente dovrà starmi bene, sarà che mi sarei aspettata una trama più avvincente..sarà la bottiglia di quel maledetto Martini che non sono riuscita a non vedere in mano al povero George, in alcuni momenti credibile ok, ma sempre con quell'aria beffarda sotto l'espressione più intensa che proprio non lo abbandona. O perlomeno che io non ho potuto fare a meno di vedergli stampata in faccia. Ma andrei con ordine partendo dal titolo del film che dovrebbe essere preludio della storia di un uomo..Michcheal Clayton se non erro..eppure dopo 2 ore circa di quell'uomo non si sa nulla. E, mi spiace, a me non è bastata l'inquadratura finale di Clooney sul taxi di fianco ai titoli di coda; anche perchè stavo lì a chiedermi - ma che vuol dire "guidi fino a 50 dollari" ma perchè -?????". Non si capisce che lavoro faccia questo Micheal Clayton, tuttalpiù lo si potrebbe spacciare per la donna delle pulizie con questo continuo uso dell'espressione "lavare i panni sporchi"..Non lo si vede mai in una scena intima -non mangia? non dorme? non vive in una casa fatta di mattoni questo Clayton?- É separato dalla moglie..perchè? Della sua storia personale, apparte il crollo finanziario per un investimento sbagliato causa il fratello, altro personaggio buttato lì, non viene lasciato intendere molto di più.."per gli avvocati sei un poliziotto e per i poliziotti un avvocato, non sai neanche tu quello che sei" gli dice un altro fratello, quello assennato..E figuriamoci noi allora!!!!!! Sto diventando troppo cattiva?..É che ci ho visto troppe lacune, non posso farci nulla. Credevo avrei assistito alla storia di uno sporco avvocato corrotto redimersi, mi aspettavo la svolta..il personaggio di Clooney invece ci viene presentato stanco e stanco è il suo sguardo alla fine del film. Sempre lo accompagna quell'aria velatamente disgustata, mai un impeto di rabbia..o di amore. Solo la stessa malinconica espressione..L'inizio non è male, l'esplosione della macchina di Clayton promette bene, ti aspetti un'avvincente susseguirsi di macchinazioni ed eventi che porteranno a quell'attentato, ma la trama non è all'altezza, c'è qualcosa che non va. E forse sta proprio qui l'originalità della scelta del regista..descrivere ogni cosa dal punto di vista di un uomo fondamentalmente stanco di tutto. Ma, ripeto, in me non ha fatto presa. Accanto allo stanchissimo e disgustatissmo Micheal, ho trovato personaggi molto più interessanti come l'anziano avvocato interpretato da Tom Wilkinson che tocca il fondo spogliandosi in un'aula di tribunale prima di cercare di rimediare a tutti quegli anni passati a difendere degli assassini..ma ormai è troppo tardi, il meccanismo è partito, si è esposto troppo e toccherà allo pseudo-eroe Clayton portare a termine la sua missione. E lo fa, questo è da ammettere, sceglie la coscienza ai soldi facili, ma possibile che dopo aver distrutto una Multinazionale, salvato milioni di persone da un prodotto chimico letale, uno sale su un taxi e "guidi fino a 50 dollari"????Personalmente, ho apprezzato molto di più la figura della cattivissima e pezzatissima Karen, che per salvare i suoi interessi arriva ad uccidere..o perlomeno ad ingaggiare qualcuno perchè lo faccia al posto suo. Impettita e rigida nei suoi abiti fuori moda dai colori pastello, nelle sue collant bianche, nel suo caschetto impagliato..si vede per poche scene eppure sono tutte talmente ben studiate e il volto elfico di Tilda Swinton è talmente espressivo che subito la si inquadra e la si ricorda. Clooney ci ammorba 120 minuti e non raggiunge lo stesso risultato!!Non fa centro..non MI centra. Un attimo..dalla regia mi stanno facendo strani cenni..ah, è candidato all'Oscar?..come migliore attore?Bene, quasi quasi cancello la mia recensione e faccio finta di non averla mai scritta..Oppure clicco su "pubblica post" qua sotto, sulla sinistra, e aspetto timida il pubblico linciaggio!!!..Ma se il cinema è emozione e questa è la nostra cineteca emozionale non ho scelta..non è scoccata la scintilla, sarà che "no Martini"..una cosa è certa, guardare un film carichi di aspettative, di schemi mentali è la cosa più sbagliata, lo so, è stato il mio errore. Chiedo venia e soprattutto il vostro parere..


[Voto: 5.5]

martedì 12 febbraio 2008

Caos Calmo

"Caos Calmo"

Regia: Antonello Grimaldi
Genere: Drammatico
Cast: Nanni Moretti, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Alessandro Gassman, Silvio Orlando, Hippolyte Girardot, Alba Caterina Rohrwacher, Kasia Smutniak, Roman Polansky

Italia, 2007

Trama: Pietro Paladini è un uomo di successo a cui accade qualcosa di totalmente imprevisto: la morte della moglie. Contrariamente però a quanto ci si potrebbe aspettare, la sua reazione non è di rabbia o di dolore ostentato. In lui nasce un “caos calmo”, una sorta di nuova coscienza dell’esistere. Assecondando questa nuova e sconosciuta sensazione, Pietro decide di passare le giornate successive al funerale davanti la scuola di sua figlia Claudia. Diventerà un punto di riferimento per tutti...

Recensione: "ITOPINONAVEVANONIPOTI". Leggetelo al contrario..è uguale. É un palindromo. Ed è reversibile. Ma l'episodio che scatena il "caos calmo" di Pietro Paladini, non lo è. La morte della moglie Lara è uno di quegli eventi irreversibili. Indietro non si torna, e avanti non si riesce ad andare..così Pietro se ne sta su quella panchina davanti alla scuola di sua figlia e ogni giorno la aspetta fino a quando esce. Ero curiosissima di vedere questo film..no, non per la scena di sesso tra Moretti e la Ferrari!!..perchè ho letto il libro omonimo di Veronesi da cui è tratto e mi è piaciuto molto, l'ho trovato originale e ben scritto, l'ho finito in un soffio. Non essendo una lettrice formidabile, non mi capita spesso di poter conoscere la "sceneggiatura" di un film e di poter paragonare il video alle parole scritte, sempre che un paragone sia possibile farlo..Così mi sono subito accorta che la versione cinematografica di "Caos Calmo", non vive senza le pagine che gli stanno dietro, troppi passaggi sono riservati solo a chi si siede sulla fatidica poltroncina già abbondantemente preparato. E troppe cose di riflesso rimangono poco chiare a chi invece non sa nulla di Pietro e della sua non-sofferenza. Quando ho saputo che sarebbe uscito il film, mi sono subito chiesta quale attore avrebbe interpretato il ruolo del protagonista..e letto il nome di Moretti, beh mi è preso un colpo!!!!..Vedendolo invece mi sono davvero ricreduta, un attore intenso..che si trattiene quando la scena lo richiede, che esprime tanto nei pochi spiragli di sofferenza sofferta. Sì perchè tutto il resto del tempo invece quella che dovrebbe essere la disperazione di un marito rimasto vedovo rimane non-espressa. Mentre Pietro sta strappando alla morte una perfetta sconosciuta salvandola dalle acque agitate di Rocca Mare, la persona che dovrebbe essere a lui più cara viene strappata con forza alla vita sotto gli occhi della figlia Claudia..ma loro non soffrono. Il primo per amore della figlia, e Claudia di riflesso al padre. Per questa sua apparente e sorprendente serenità davanti ad una tragedia del genere, Pietro diventa la spalla su cui piangere per eccellenza di parenti, amici, colleghi..Il mondo continua a girare intorno a lui, la fusione della società per cui lavora con un colosso americano si sta per attuare e lui, dirigente dei piani alti, può permettersi di stare lì, a salutare Claudia ad ogni ricreazione. Certo, cosa un pò improbabile nella vita reale, ma, concesso questo, la storia di Caos Calmo è coinvolgente, i personaggi tutti ben sviluppati, originali, anche abbastanza assurdi, ma ironici e soprattutto ognuno perfettamente interpretato da un Orlando o da una Golino o da un Gassman. Il mondo interiore di Pietro, nel libro tantissimo raccontato, nel film lo si coglie comunque in tante piccole scene..come quando per la prima volta nella sua vita aspetta Claudia all'uscita da scuola e gli sembra sia la cosa più fenomenale del mondo..bellissimo momento. Oppure nei suoi elenchi mentali di compagnie aeree con cui ha volato, delle case in cui ha vissuto.. É in questo mondo interiore che Pietro cerca disperatamente di soffrire, ma non ci riesce, forse perchè non ha amato Lara abbastanza, forse perchè non la conosceva veramente; e così la fatidica scena di sesso con la Ferrari (alias Eleonora Simoncini, la donna che Pietro salva mentre sua moglie sta morendo) non è altro che l'apice di un processo di auto-punizione che avviene tutto dentro di lui e di cui nulla fa trapelare all'esterno. Nell'unica scena in cui si abbandona a piangere, Pietro-Moretti è da solo in macchina..Il fondo lo ha toccato, adesso è ora di riprendere a vivere, ma nessun personaggio tra quel mondo di adulti paranoici ha il coraggio di interrompere la sua "convalescenza". Sarà la piccola Claudia presa in giro dai compagni ad invitare il padre ad andarsene via da quella panchina perchè "i bambini, lo sai come sono a volte papà..spietati!". I grandi invece vivono di aspettative..di modelli, di ruoli. Pietro dalla sua panchina sconvolgerà gli ordini e sovvertirà ogni logica conseguenza.


[Voto: 7,5]

mercoledì 6 febbraio 2008

La ragazza del lago

"La ragazza del lago"

Regia: Andrea Molaioli
Genere: Giallo
Cast: Toni Servillo, Valeria Golino, Omero Antonutti, Anna Bonaiuto, Fabrizio Gifuni, Fausto Maria Sciarappa, Heidi Caldart, Nello Mascia, Giulia Michelini

Italia, 2007

Trama: Sono le otto del mattino quando Marta, addentando una ciambella, sta tornando a casa dopo aver dormito da una zia. Un furgone si ferma: Mario, ragazzo affetto da ritardo mentale, la convince a seguirlo nella sua fattoria. L'allarme scatta subito, Marta ha solo sei anni. Nel paese arriva il commissario Sanzio, un poliziotto esperto, da poco trasferitosi in quelle zona un po’ sperduta. Il più giovane collega Siboldi, residente in quelle valli, diventa la sua guida anche per conoscere i legami famigliari e affettivi della piccola comunità. I due, accompagnati da Alfredo, fedele collega di Sanzio dai tempi della sezione omicidi, si dovranno trattenere nel paese, perchè un altro delitto si sta per consumare; un crimine sicuramente nato in seno a una delle famiglie del paese, frutto di un legame affettivo o sentimentale.

Recensione: Mario è un uomo rimasto bambino, suo padre è un vecchio che non lo ha mai saputo accettare e lo ha cresciuto come una bestia, Chiara è una moglie malata di amore per suo marito e non rivelerà mai a nessuno quello che sentì quella mattina da sotto il cuscino, Davide è un padre ossessionato da una figlia troppo bella, Roberto è un fidanzato che racconta tutto alla ragazza che ama, ma che non la conosce..Silvia è una figlia dimenticata che cerca nei piercing l'alternativa alla solitudine, Anna Bonaiuto è una moglie che scambia suo marito per suo fratello e non riconosce più Francesca, sua figlia; il Commissario Sanzio è un rigido uomo del sud catapultato non si sa per quale motivo in una realtà diversa dalla sua, tra le montagne del nord; Angelo era un bambino che non faceva altro che piangere..e la ragazza del lago? Beh, lei è Anna. Ma la sua incredibile storia non rimane altro che un pallido sfondo in questo film che sta un pò sospeso a metà tra il giallo e lo psicologico. Anzi, forse propende per il secondo. E, chiarisco subito, a me questo non è dispiaciuto affatto: mi sono appassionata alle vicende di questo spaccato di mondo e mi sono subito accorta di quanto le scene fossero tutte talmente profonde ed empatiche da dipingere con pochi tratti ogni vissuto e il rispettivo lato oscuro. Mi sono commossa nell'abbraccio del Commissario Sanzio (un superlativo Toni Servillo, un viso talmente espressivo che da solo dice più di mille parole) e di sua figlia (Giulia Michelini, attrice giovanissima ma brava, veramente brava), solo che mi sono persa..non sono riuscita a farmi prendere dall'ansia di voler scoprire a tutti i costi chi avesse ucciso la bellissima Anna, quasi non mi interessasse più. Ed è proprio questo l'unico, se proprio vogliamo non piccolissimo, "errore" del film. La storia di Anna è intensa, è struggente, è drammatica..ma non è raccontata. Diventa solo il pretesto per entrare nelle vite degli altri abitanti di un paesino sperduto tra le montagne Friulane, all'apparenza normali, ma che davanti a un delitto si rivelano nel loro lato nascosto. E Anna, anche lei con una vita apparentemente normale, che muore un pò per tutti loro, finisce per essere relegata in secondo piano. Rimane il bikini prosperoso di un filmino al mare, il seno che esce dal pigiama dopo una notte senza aver fatto l'amore, il jogging per le colline e poi giù fino al lago, una bacheca piena di foto, un diario web sconclusionato..Anna corre la sua vita in fretta e troppo in fretta la si dimentica in questo film tanto è vero che alla fine si ha l'impressione che il vero delitto sia un altro, ancora più terribile. Nonostante questo scompenso, "La ragazza del lago" regala tanto: scene meravigliose, piccole frasi che rimangono impresse, bei personaggi come quello del Procuratore incinta, così dolce anche in un ruolo così severo. E poi Servillo che litigando con la figlia se ne esce con un "ma qualcuno poi mi deve spiegare com è che quando le donne litigano..litigano di spalle!"; oppure sempre lui che al rimprovero dell'Ispettore Siboldi per essersi acceso una sigaretta in commissariato, lo sfida con un "arrestami..!", sono due scene impagabili; i magnifici e desolati paesaggi che neanche sembra di essere in Italia..le musiche che in certi momenti sembrano quasi stonare!..credo che per riassumere questi 90-95 minuti di pellicola si possa propriamente usare l'espressione di "giallo mancato". Ma, non so come dire.. "emozionante ritratto psicologico" mi piace decisamente di più! E soprattutto gli rende giustizia.


[Voto: 7.5]

sabato 2 febbraio 2008

Sweeney Todd: da Broadway al grande schermo

In principio era una leggenda, poi un libro, ma più di tutto era Broadway. Si potrebbe cominciare così anche stavolta, perchè alla base c'è un musical di successo messo in scena nel 1979, "Sweeney Todd".

Ed in principio era la grandissima Angela Lansbury, in compagnia di Len Cariou. Lo show debuttò il 1 marzo 1979 , alla regia c'era Harold Prince.

E il trionfo, garantito. Si portò a casa 8 Tony Awards, Miglior Musical, Migliore colonna sonora di Stephen Sondheim, Miglior Attore, Migliore Attrice, Miglior Regista, Migliore Scenografia, Migliori Costumi.

Più di 20 anni dopo, Tim Burton rispolvera la vicenda (già rielaborata nel 2006 da Dave Moore per la TV) raccogliendo a sè i migliori interpreti del genere macabro, Johnny Depp e la moglie Helena Bohnam Carter.
La storia rimane fondamentalmente la stessa: In una cupissima Londra di metà ottocento, il barbiere Benjamin Barker, aiutato da Mrs. Lovett, cerca la sua sanguinosa vendetta contro l’uomo che lo ha separato dalla sua famiglia.
Depp, istrionico come sempre, s'è cimentato nel canto dopo qualche tentennamento e s'è calato immediatamente in una nuova maschera, dopo aver abbandonato quella ridondante del Capitano Jack Sparrow. La Carter, già immersa nel mondo sognante del marito, ha preso il posto della Lansbury, mettendosi in risalto con trucco bianchissimo e occhiaie da vera nottambula. Una prova recitativa e canora di indubbio livello, ma più di tutto verrà di nuovo a galla il cupo e disturbato mondo di Tim Burton, con i suoi colori, le tinte scure e misteriose, i suoi giochi di chiaro-scuro, e quelle immagini prese dall'aldilà che rendono la linea di demarcazione tra vita e morte sempre più sottile. La morte cantata, la morte recitata e presa un po' in giro, la morte come tema centrale del divertimento.
Chi ha gustato il musical origjnale, come è ovvio, sentirà nostalgia per la magia di quella versione; chi, come me, del primo Sweeney Todd ha visionato solo qualche frammento, si troverà davanti uno scenario e una "favola nera" del tutto nuova.

L'appuntamento italiano con le visioni macabre di Burton è per il 22 febbraio.
Nell'attesa, ecco due videoclip tratti dalle due versioni di Sweeney Todd.


"A Little Priest"
versione teatrale 1979
versione cinematografica 2007





"Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street"

REGIA:
Tim Burton
PRODUZIONE: U.S.A. - 2007 - Musical/Horror
DURATA: 110'
INTERPRETI:
Johnny Depp, Helena Bonham-Carter, Alan Rickman, Timothy Spall, Sacha Baron, Cohen, Ed Sanders
SCENEGGIATURA:
John Logan (dal musical di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler)
FOTOGRAFIA:
Dariusz Wolski
SCENOGRAFIA:
Dante Ferretti
MONTAGGIO:
Chris Lebenzon
COSTUMI:
Colleen Atwood
MUSICHE:
Stephen Sondheim (Christopher Bond, adattamento musicale)

Nominato a 3 Oscar, tra cui "Miglior Attore" per l'interpretazione di Johnny Depp

venerdì 25 gennaio 2008

Giorni e Nuvole

"Giorni e Nuvole "

Regia: Silvio Soldini
Genere: Drammatico
Cast: Margherita Buy, Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Alba Caterina Rohrwacher, Carla Signoris, Fabio Troiano, Paolo Sassanelli, Arnaldo Ninchi

Italia, Svizzera 2007

Trama: Elsa e Michele sono una coppia colta e benestante con vent’anni di matrimonio alle spalle e una figlia di nome Alice. La loro serenità anche economica ha permesso a Elsa di lasciare il lavoro e coronare un antico sogno: laurearsi in storia dell'arte. Ma improvvisamente la loro vita cambia: Michele le confessa di aver perso il lavoro. Il futuro non si presenta più così tranquillo e prevedibile: svanisce la certezza di poter contare su stabilità e serenità. Gli equilibri che sembravano consolidati rischiano di crollare e di travolgere ogni aspetto della loro vita, persino il rapporto con Alice. Moglie e marito sono costretti ad affrontare la crisi, ognuno a modo suo, contando sulla non comune forza della loro unione. Ma questo basterà a salvarli?

Recensione: "Giorni e Nuvole" è un film che mette alla prova. Sì. Che in diversi momenti fa quasi venir voglia di mollare, di cedere e abbandonarsi a quelle scomode poltroncine di un cinema che non tiene il passo dei confortevoli (e carissimi) multisala, e di dire "è troppo pesante..". E invece vale assolutamente la pena di andare avanti perchè Soldini si rivela anche questa volta una certezza, uno sguardo originale e brillante in una trama in cui i giorni passano lenti e il cielo è sempre grigio e riesce comunque a ritagliare all'interno dei giorni tristi di Elsa e Michele momenti di impagabile e sottile ironia. Ma ne vale la pena anche per la bravura degli attori. Sorprende ad esempio quanto sia bravo Albanese in un ruolo che non ci si aspetterebbe interpretato da lui, così come sorprende la Buy che questa volta non recita la parte della donna fragile, sull'orlo della crisi. Anzi, è la colonna portante di una famiglia che si trascina avanti sempre più faticosamente..e l'unico suo momento di debolezza, un tradimento ormai annunciato, non rimane altro che una delle tante nuvole che passano nei giorni difficili di una nuova, non voluta, vita. L'amore e la stima,in questo film, si rischiano di perdere in altri modi: schiacciando le bottiglie di plastica per la raccolta differenziata, tentando di tappezzare di fiori il salotto della vicina..tirando uno schiaffo ad una figlia che vorrebbe solo essere utile. Gli eventi si susseguono accompagnati da una musica che mette ansia per tutta la durata del film senza che Michele li riesca a controllare o perlomeno assorbire nel meno peggiore dei modi. Questo lo differenzia dal fentastico personaggio della casalinga che sa suonare la fisarmonica di "Pane e Tulipani". Qui, infatti, anche se un pò per caso e un pò per errore, Rosalba sceglie consapevolmente di lasciarsi dietro tutto quello che è stata e di tuffarsi a capofitto nel rischio più assoluto. Michele invece, si ritrova senza volerlo in una realtà che non è la sua, in un mondo del lavoro che chiude le porte a chi non è più giovanissimo, che chiude le porte a chi non sa reinventarsi..che chiude le porte a chi non sceglie di accontentarsi. Eppure non si riesce a provare pena per lui, socio di una società che lo ha fatto fuori, in balia di giornate intere che passano lente e che non riesce a riempire. Lo si ama in ogni caso, come lo ama Elsa che, nonostante tutto, vuole lui al suo fianco, sul pavimento..a guardare il restauro di un affresco che doveva essere opera sua e che invece ha sacrificato al call-center, al posto di segretaria..al trasloco in un appartamento più piccolo. A un marito che proprio non ce la fa a ripartire da zero. Ma alla fine del film, proprio sotto quell'inestimabile dipinto che è sempre stato lì ad aspettare che qualcuno lo aiutasse a tornare a splendere, ci si rende conto che quello zero non c'è mai stato..che a volte si può scoprire che un muro che sembra portante, in realtà non lo è. Che le vere fondamenta non sono altro che l'affetto, l'appoggio, l'amore. Che le nuvole vanno, vengono..ma c'è qualcosa che rimane nascosto dietro un cielo plumbeo, o sotto gli strati del tempo. Ci vogliono solo la costanza e la pazienza di aiutarlo a tornare a splendere. Come l'affresco..


[Voto: 7.5]

lunedì 24 dicembre 2007

La bussola d'oro

"La bussola d'oro"

Titolo originale: The Golden Compass
Regia: Chris Weitz
Genere: Fantastico
Cast: Dakota Blue Richards, Nicole Kidman, Eva Green, Daniel Craig, Ben Walker, Ian McKellen, Jim Carter, Charlie Rowe

USA, 2007

Trama: La dodicenne Lyra Belacqua vive nel rinomato Jordan College e passa il suo tempo tra lo studio e i giochi con il suo fedele amico Roger. Lyra, sempre accompagnata dal suo daemon (un piccolo animale che rappresenta la sua anima), diventa la protagonista di una grande avventura. Quando il preside della scuola le affida la Bussola d'oro, Lyra diventa il principale obiettivo del Magisterium, una potenza autoritaria contraria al libero arbitrio. Cercando di scappare dall'influenza di Miss Coulter e di ricongiungersi con suo zio, Lord Asriel, Lyra incontra incredibili personaggi: dall'enorme orso corazzato Iorek Byrnison alla misteriosa strega Serafina Pekkala.

Recensione: Prendete un pizzico di "Signore degli Anelli", una cucchiaiata di "Harry Potter", 4 o 5 tazze di "Cronache di Narnia"..ed ecco l'ennesimo Fantasy girato sicuramente bene, questo sì, ma povero di inventiva. D'altro canto però, è Natale..e che male può esserci nel farci trascinare dentro le avventure della piccola Layra e di quello che diventerà il suo inseparabile amico, il graficamente splendido Orso Polare Iorek Byrninson..tanto di cappello alle scene di lotta tra gli orsi, spettacolari. E, dico la verità, se mi avessero fatto morire quella cosa morbidosa, io sarei scoppiata in lacrime!!..Trovata degna di nota quella del "Daemon", l'anima dalle sembianze animali che sta sempre a fianco di ogni essere umano..viene spontaneo fantasticare su quale bestiolina potrebbe rappresentare la nostra anima e sul fatto che forse, vedendo fisicamente le emozioni sarebbe tutto più facile!!..certo, pensare che a Nicole Kidman è toccato un babbuino, non fa ben sperare per noi comuni mortali!!..eppure l'algida australiana fa sempre la sua figura, non c'è dubbio..la fa talmente bene che è il suo animaletto che si ha voglia di strozzare per quanto è cattivo, non lei..in quanto a eleganza non è da meno neanche la "strega" Eva Green che riesce a portare con dignità persino un nome così assurdo come Serafina Pekkala!!(sarà per la scosciata audace!!)..Di sicuro è nobile la ragione per cui i nostri eroi combattono: quella della "conoscenza", del non restare all'oscuro, del sapere cosa c'è al di là, quali altri mondi ci circondano; insomma quel libero arbitrio che la terribile Istituzione del Magisterium di cui la Kidman fa parte, vuole negare al mondo intero impadronendosi dei bambini e soffocando già dall'infanzia la loro sete di sapere..non so voi, ma a me il parallelismo con la Chiesa è venuto praticamente in automatico!!..Nel complesso, uscendo dal cinema, quella che si ha, o almeno quella che ho avuto io, è sicuramente una sensazione di dejavù, di già visto, insieme a quella di volere fortemente un orso polare tutto per sè!!!!!!!..non ci resta che aspettare il secondo episodio di quella che dovrebbe essere una trilogia stile Lord of Rings per scoprire se la Polvere della Conoscenza ci illuminerà oppure no..e per scoprire anche se il neo 007 Craig si vedrà per più di 2 minuti!!!!!!


[Voto: 7.5]

martedì 18 dicembre 2007

Premonition


"Premonition"
Regia: Mennan Yapo
Genere: Drammatico/Thriller
Durata: 92 minuti
Cast: Sandra Bullock, Julian McMahon, Amber Valletta, Marcus Lyle Brown, Jason Douglas, Nia Long, Kate Nelligan, Peter Stormare
USA, 2007


Trama
:
Per Linda, un giovedì qualsiasi segna l’inizio di un incubo senza fine.
La polizia bussa alla sua porta e le comunica la morte del marito in un incidente stradale, la mattina successiva si risveglia trovandolo vivo accanto a sé. Le giornate si susseguono senza più un ordine temporale, portando Linda sull’orlo della follia …


Recensione
: Sandra Bullock mi piace, m'è sempre piaciuta. Ha un viso espressivo, occhi dolci e luminosi ed è particolarmente brava nelle scene di dolore. Ahimè, non sempre è fortunata con le scelte cinematografiche. E' stata un po' etichettata in questo modo, è "un'attrice di talento ma che non sa scegliere sapientemente i copioni" , per questo si ritrova fare "Miss Detective" oppure "Piovuta dal cielo", film gradevoli per una serata leggera ma che mettono poco in risalto la sua bravura e, perchè no, la sua espressività.
Questo film è riuscito almeno in questo senso, tenendo conto che quasi tutte le scene sono incentrate sul volto di Sandra che tenta di capire cosa le riserva il futuro - passato - presente.
Lasciando per un attimo da parte l'attrice, il film comincia con tutti i buoni propositi possibili, e con un'idea di fondo ben studiata. Una donna, una famiglia apparentemente felice, e tutt'ad un tratto quell'equilibrio si spezza, si frantuma e si complica, bruciando ogni speranza e lasciando spazio a vuoti incolmabili. Questa "distruzione", però, è tutt'altro che sistematica: Linda, la protagonista, vede il suo mondo sgretolarsi tramite delle premonizioni, tramite visioni che si alternano alla realtà. Un gioco che funziona benissimo per almeno la prima ora di film. Colpi di scena, frenesia, punti di domanda uno dietro l'altro, confusione totale e smarrimento che vanno pari passo con l'angoscia del personaggio. Si rimane sospesi e coinvolti direttamente nel gioco di colori alternati e di luci che scandiscono l'inizio e la fine di questi giorni settimanali, che hanno perso la loro collocazione originale. La premessa, quindi, è davvero ottima. Il ritmo è incalzante, la sceneggiatura funziona, gli attori fanno un buon lavoro di sguardi e gesti.
Il film crolla totalmente quando si dovrebbero dare delle spiegazioni, quando le cose dovrebbero essere decifrate e gli enigmi portati ad una soluzione. Il problema è che il film ci prova ad essere convincente e a dirci in che modo è andata a finire, ma fallisce inesorabilmente. Gli attori sembrano spaesati in questa seconda parte, non sono affiatati e non creano emozione; il finale si affretta, diventa un riassunto del riassunto e non svela proprio nulla, anzi, per alcuni versi complica le cose, lasciando allo spettatore il compito di trovare una chiave adatta al puzzle.
I film così mi fanno un po' "tenerezza". Perchè ti appassioni, capisci che hanno posto un problema coinvolgendoti in esso, ma poi lo stesso regista o sceneggiatore non è in grado di farsi tramite di una soluzione personale, o meglio, forse la soluzione ce l'ha ma non riesce a tramutarla in immagine. Troppa carne al fuoco che brucia troppo velocemente, facendo così cadere il film e la passione che c'avevi messo.
Coinvolgimento prima, indifferenza dopo.
Fine di un film che non ti rimane dentro, se non per gli occhioni di Sandra che si perdono nel vuoto cercando, come per noi, povero pubblico, di capire che diavolo le è successo.


[Voto: 5]


sabato 8 dicembre 2007

[1408]


"1408"

Regia: Mikael Hafstrom
Genere: Thriller/Horror
Durata: 94
Cast: John Cusack, Samuel L. Jackson, Kate Walsh
USA , 2007

Trama
: Mike Enslin, un tempo brillante scrittore con alle spalle un ottimo romanzo d’esordio, non è mai riuscito a superare il trauma della morte della figlioletta e ha perso scrittura e moglie dopo il dramma.Ora accumula la stesura di innumerevoli volumetti fra il cinico e il sensazionalistico dove testimonia delle sue permanenze notturne in vari luoghi (cimiteri, camere d’albergo, case, castelli…) famosi per i fantasmi, poltergeist e fenomeni soprannaturali. La sua personale ricerca di un supposto aldilà gli ha riservato solo amarezze e delusioni.Fino alla stanza 1408 dell’hotel Dolphin a New York. Stimolato dalla reticenza della direzione e reso ancora più testardo dai molteplici tentativi di dissuasione da parte del direttore, Mike insiste per pernottare nella famigerata stanza (più di 50 morti naturali e non sono avvenute fra quelle mura) e la sua ostinazione lo porterà dritto dritto nell’esperienza più terrificante della sua intera esistenza…


Recensione:
Ancora un altro "horror", o forse è meglio dire ancora un altro thriller.
Un albergo. Come nel caso del film di Avati, niente di nuovo. Kubrick c'ha insegnato anni orsono che gli alberghi possono risultare davvero sgradevoli, con le loro molteplici sfaccettature, i loro giochi di chiavi e serrature e le innumerevoli vicende umane memorizzate da carta da parati e mobilia di ogni tipo.
La partenza è proprio questa, stessa strutturazione del problema, mobili intrisi di sangue, pareti che sussurrano angoscia, rubinetti che sgorgano rumori e atmosfere di sciagure e dolore.
John Cusack è il coraggioso quanto indifferente protagonista che si introduce nella famigerata stanza "1408" per completare un libro su spettri e affini nel contesto alberghiero. La sua parte è da subito molto convincente, un uomo ha perso la figlia, non crede più in niente e usa tutta la sua intelligenza alla ricerca di elementi soprannaturali che gli riaprano la fede nell'aldilà, la fede in qualcosa di paranormale, di più alto e ultraterreno.
La tensione pian piano sale, ci si sente subito coinvolti nell'angoscia crescente, ma da una parte si percepisce una sorta di "già visto". Il film diventa ben presto un assemblaggio sofisticato dai risvolti cupamente psicologici, deliranti, disturbanti. La paura però non giunge con la tensione, è chiaro ben presto che la camera respira con il protagonista, e quindi pensa esattamente come lui, parla di una dannazione personale e della perdita totale di valori, e in un certo senso diventa un catalizzatore potente e agghiacciante che può smettere di pulsare solo con una completa rinascita e riconquista mentale. Cusack è davvero convincente in ogni singolo frammento del film; la sceneggiatura a tratti barcolla, spinge irrimediabilmente la trama nel confino della mente e le immagini smettono di spaventare, sempre tenendo presente che forse non ci sono mai riuscite realmente.
Gli effetti visivi funzionano, le atmosfere pure. Calde, poi fredde, poi distruttrici, poi rarefatte. Angoscianti, sicuramente.
M'aspettavo un po' più di paura, qualche balzo sulla sedia, qualche inquadratura meno perfetta e più scostante, una trama che fosse più nuova e meno irrigidita dagli ultimi canoni statunitensi del "fare film horror". Lo so, dietro c'è il libro di King, che non ho avuto il piacere di leggere, e forse questa produzione cinematografica è soltanto lo specchio visivo di concetti espressi su carta. Ad ogni modo, sono rimasto indifferente, alla fine del film. Non mi sono emozionato, non ho avuto paura, non ho ricavato nulla di nuovo rispetto a film già visti che utilizzano stili e atmosfere simili. Un bel film, ben fatto, assolutamente. Forse troppo.


[Voto: 6.5]


giovedì 29 novembre 2007

[Il Nascondiglio]

"Il Nascondiglio"

Regia: Pupi Avati
Genere: Thriller/Horror
Durata: 100'
Cast: Laura Morante, Rita Tushingham, Burt Young
2007

Trama: Dopo un lungo ricovero in una clinica psichiatrica, una donna chiamata Lei decide di rifarsi una vita aprendo un ristorante italiano a Davenport, Iowa. Sceglie un grande edificio isolato in cima ad un colle. Una volta stabilitasi all`interno di questa insolita dimora, comincia ad avvertire, durante la notte, delle presenze. Pensa di essere di nuovo vittima della sua malattia mentale. Proprio questi strani eventi notturni, però, la spingono a interessarsi alla storia della casa, fino a scoprire qualcosa di tremendo accaduto in una notte di bufera alla vigilia di Natale, nel 1952.

Recensione: Creare un film horror-gotico al giorno d'oggi è facile, grazie all'uso di tecnologie prolisse e spasmodiche; ma creare un film horror riuscito è un compito parecchio arduo. Ciò che fa l'apporto visivo spesso non è compensato da una buona trama, una storia che sia avvincente e non scontata, una vicenda che non vada incontro al solito finale - non finale che lascia sempre un po' di amaro in bocca.

Pupi Avati ha già un passato con questo genere, e forse proprio per questa ragione ne conosce stilemi e stratagemmi meglio di altri registi d'avanguardia.
"Il Nascondiglio" è un film riuscito, incalzante e mai noioso. Non vi è mai la presenza della grafica 3D, non ci sono figure mostruose che si arrampicano su muri a gambe in su, non ci sono baratri nel pavimento aperti su mondi paralleli o bambini demoniaci dagli occhi di sangue: solo una casa. Una di quelle antiche, quelle con un passato alle spalle e muri scricchiolanti di verità nascoste. Tutto parte da qui. Sicuramente l'utilizzo di un contesto simile non è nuovo al cinema horror, infatti il film di Avati non spicca per l'originalità contestuale, ma per il modo "semplice e diretto" di affrontare scena per scena.
Luci e ombre fanno da contorno all'intera trama, torce accese alla ricerca di voci presenti - non presenti, legni che scricchiolano e forti rumori senza un senso preciso, e poi quell'insieme di botole per l'areazione che nascondono fatti mai totalmente svelati. E' forse proprio la luce a fare da padrona in tutto il film, ed è l'elemento che più mi ha interessato e fatto incuriosire minuto per minuto. Una curiosità un po' morbosa, che segue la protagonista alla ricerca della verità.
No, niente di nuovo, è vero. Una casa, un segreto che tutti vogliono nascondere, una donna forse completamente pazza (ma coraggiosa e testarda come nella buona tradizione cinematografica), strane presenze come incubi ricorrenti.
Laura Morante è perfettamente integrata nel ruolo di "Lei", la protagonista senza un nome, e da ottima attrice che è, riesce a mettere il suo isterismo interpretativo così caro ai suoi ruoli al servizio di situazioni particolari ed enigmatiche. Brava, senza dubbio.
Per concludere, non lodo Avati per aver creato un nuovo stile o per aver impastato una trama totalmente convincente, anzi, spesso la sceneggiatura ha qualche incertezza e in alcune scene manca un collante che avrebbe reso il film perfetto. Lodo Avati per averne usato uno vecchio, di stile, di quelli che fanno salire l'adrenalina senza ricorrere a trucchi visivi e uditivi, di quelli che usano i violini stridenti della colonna sonora per sottolineare cosa sta accadendo o cosa accadrà da lì a poco. Ha giocato perfettamente con il vedo - non vedo, ha messo insieme una trama complessa ma in fin dei conti ben riuscita e ha ricreato atmosfere di film pescati dagli anni passati. Dove di tecnologia ce n'era un po', di inventiva ce n'era un po' di più.

[Voto: 7]