martedì 29 luglio 2008

Bobby

Regia: Emilio Estevez
Genere: Drammatico
Cast: Con Harry Belafonte, Joy Bryant, Nick Cannon, Laurence Fishburne, Brian Geraghty, Heather Graham, Anthony Hopkins, Helen Hunt, Joshua Jackson, Shia LaBeouf, Lindsay Lohan, Demi Moore, Sharon Stone, Christian Slater, Martin Sheen, William H. Macy, Ashton Kutcher, Elijah Wood, Mary Elizabeth Winstead, Freddy Rodriguez.

114 minuti, USA , 2006

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Vale aveva ragione, un'altra volta. Ma lo so già, mi fido di lei in questi casi, anzi, direi che mi fido di lei, punto. Un film corale alla Altman, c'ho messo troppo per farlo girare sul mio schermo, forse per pigrizia o per risultati mentali affrettati. Il film volevo vederlo sul serio, ma il cassetto della memoria era in stand by. Vittoria, ce l'ho fatta.

La storia siamo noi, siamo un assemblaggio di volti, siamo inutili tensioni nervose e siamo sguardi inermi e fragili, e sembriamo piccoli e frammentati, siamo parte solo di noi stessi e del nostro cerchio, ci sembra di non avere voce in capitolo. Siamo parole e parti vitali che sorridono e si muovono e si intersecano e vanno vicino e lontano come automobili davanti ad un hotel.

Siamo diverse stagioni della vita, siamo tante, troppe solitudini, e siamo lavoro e vita, passione e amore, siamo giovane vecchiaia e anziana giovinezza. E siamo sogni, siamo una discarica di sogni, molti di essi ci accomunano solo con pochi, altri sono aperti al tutto, all'umanità, a discorsi forse spesso troppo grandi per risultare credibili. Anzi, troppo alti per risultare ascoltabili. Ci sarà sempre chi non capirà, chi avrà da ridire, chi troverà ingiusta la giustizia e farà parlare solo tante, troppe giustificazioni (dis)umane. Troppi colpi di pistola e troppe voci spezzate nel ricordo di oggi e di domani.

Estevez non sarà convincente al 100% nel profilare i personaggi (così come ho letto in parecchie recensioni), forse sì, è vero, alcuni risvolti umani restano caricaturali, alcuni volti rimangono un po' sfuocati e poco approfonditi, ma il quadro commuove e rende partecipe più di alcuni film di Altman (ma i paragoni devo per forza essere presenti?), e più di tutto, non si resta indifferenti.

Tutto parte dalla lacrima, almeno nel mio caso. Se scende, è fatta. Il film potrà pure avere qualche lacuna nel senso stretto della sceneggiatura (ma non nella regia, quel giro di telecamere sui volti dei protagonisti è da brividi), ma a livello sensoriale esprime molto, moltissimo, e prende alla gola.

Un cast da brividi, tutti immedesimati nella parte, tutti pronti a far scattare il punto focale e a schizzare in una sorta di direzioni unilaterale. Un destino solo davanti a molti occhi, come se una luce colpisse più punti allo stesso modo. E colpisce anche noi, immobili davanti allo schermo.

Ci accomunano molte più cose di quanto pensiamo, sembra dirci il film, anche se tutti quanti siamo un'isola (riguardo il personaggio di Anthony Hopkins, eccolo, non vuole tornare a casa. Lì non c'è più nulla, c'è solo solitudine. Anche nell'hotel ce n'è, ma è la sua solitudine) e affrontiamo la vita in modo diverso.

Scene memorabili: Freddy Rodriguez regala i suoi biglietti al collega. Razza, diversità, no, solo amicizia. // Sharon Stone taglia i capelli al marito, pronuncia tanti frammenti di parole, la telecamera gira intorno facendoci sentire desolati. Unsaid.// Anthony Hopkins aspetta Kennedy, come avrebbe fatto allora. Si legge un orgoglio che solo lui può comprendere. // Ogni personaggio è coinvolto, alla fine, in una sorta di standby emotivo, in un vortice di attesa e dolore che li rende un tutt'uno.

Sottolineature: La regia, attenta e corale; i protagonisti, tra tutti Anthony Hopkins e Sharon Stone; la colonna sonora di Mark Isham, perfetta e sospesa come un ricordo latente; la fotografia e i rimandi al passato, lugubri come campane funebri.

Da vedere perchè: Storia e storie, vita e vite. Quando un singolo aggettivo più diventare un insieme.


lunedì 21 aprile 2008

Caramel

"Caramel"
Titolo Originale: Sukkar Banat
Regia: Nadine Labaki
Genere: Commedia/ Drammatico
Cast: Nadine Labaki, Yasmine Elmasri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam, Sihame Haddad, Aziza Semaan
96 minuti, Libano/Francia, 2007

Breve Trama: Donne che si incontrano nella Beirut di oggi, con un salone di bellezza quale epicentro delle chiacchiere, degli appuntamenti, come anche del nascere, dello sfaldarsi o del ricomporsi di rapporti sentimentali e affettivi di vario genere.

Recensione: Le storie al femminile mi affascinano da sempre, forse per il fatto che hanno molto da raccontare, forse perchè le donne hanno quel qualcosa in più, come i ricami usciti dalle mani sapienti di una nonna o come il profumo di un vecchio comò su cui sono appoggiati oggetti senza tempo.

Le donne contengono nei loro occhi dei misteri incalcolabili e spesso indecifrabili, si nascondono dietro folte capigliature o trucco di ogni tinta e colore, si celano dietro rossetti e sguardo fiero, mentre mascherano storie forse infinite, storie di cui non vogliono parlare o di cui sanno raccontarne solo una parte.

"Caramel" è una prova di stile, è una poesia tutta al femminile in cui la protagonista (Nadine Labaki) si cimenta sia davanti che dietro la cinepresa, decorando la pellicola con una forte capacità espressiva, aprendoci delle finestre e donandoci delle piccole chiavi per scoprire segreti e sogni di alcune donne; fragili, sognatrici, indaffarate, buffe e tristemente ironiche, ma sempre sensuali e ricche di sfumature come caramello appena sciolto.

Un film apparentemente leggero, in una Beirut scrutata con un altro punto di vista: non più guerre, bombardamenti, paura; in questo film tutto si tinge di vita, di lavoro, di traffico automobilistico, di ceroni e belletti, di tinta e trucco, di mesh, di profumi. Queste donne libanesi, moderne, occidentalizzate, sfoggiano la loro procacità, i loro occhi furtivi e luminosi, i loro seni prorompenti, la loro libertà, forse ancora stretta in alcune leggi che non decadono nel pensiero popolare. La donna, lo si intende in alcuni momenti del film, ha acquistato un valore nella società ma allo stesso tempo vive per alcuni passaggi fondamentali, tra cui il matrimonio e la sottomissione morale al marito ("Mia cara, tu ora dovrai vivere per il tuo signore e marito.." esclama la madre di Nisrine prima del matrimonio della figlia), e il sesso è un elemento fortemente implicito nei rapporti coniugali (La donna deve arrivare al matrimonio pura). Allo stesso tempo, l'elemento intimo, la verginità, viene, col passare del tempo, inteso alla maniera occidentale: avere ancora il ciclo è sinonimo di giovinezza, come insegna una delle protagoniste, ossessionata dalla rughe e sempre pronta a darsi una ritoccatina per poter passare umilianti ed estenuanti provini nonostante l'età che avanza.

E' anche un film sull'amore, sul tradimento, sui contrasti, sull'amicizia, sulla solitudine, sulle aspettative. E' un film di sguardi, immensi sguardi rotondi e morbidi, talvolta segnati dal tempo e dalla stanchezza, talvolta caldi e intensi come la passione umana. Personaggi corali affrescati un po' in stile Almodovar (il parallelo con "Volver" è implicito), vividi e reali e allo stesso tempo un po' sollevati da terra, come se in realtà non ci fosse un come e un dove, e forse neppure un perchè; e tutto sà parlare, anche uno specchio o piccoli fogli di carta, mentre i battiti scorrono e il sole tramonta dietro una strada che porta al domani.

E' un film generazionale, gioventù, mezza età e vecchiaia a confronto: donne che partono per la vita, donne che non vogliono fermarsi e vorrebbero far parte ancora della prima categoria, donne che hanno vissuto un'intera esistenza in una sartoria, e che all'amore devono rinunciare, non credono più di essere adeguate e il trucco non dialoga più con il viso, la pelle parla di cose andate che non possono essere recuperate.

Sapiente la telecamera, che s'infila negli interni, scova i movimenti degli occhi, accentua la luminosità delle pupille (gli occhi di Layale, la protagonista, sono un toccasana..), mette in luce i gesti e sà essere presente dove ci vuole qualcosa in più.

Un film che sono certo può risultare noioso, per chi lo guarda con l'ottica del ritmo. Perchè non ci si abitua al fatto che certi gesti hanno bisogno di tempo, certe espressioni non hanno fretta, e per capire meglio bisogna stare in silenzio per qualche istante, senza aspettare la scena successiva.

Bellissima quella donna misteriosa che entra nel locale quasi in punta di piedi, danzando sensualmente in un rito consolidato (il lavaggio dei capelli) e lasciando sottointese altre storie d'amore, quelle tra due donne.

E' un ritratto femminile leggero/non leggero, anche qui dipende da chi guarda e da che tipo di specchio si usa per riflettervisi dentro.

Voto: 9



sabato 5 aprile 2008

Away from her - Lontano da lei

"Away from her - Lontano da lei"

Regia: Sarah Polley
Genere: Drammatico
Cast: Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Deanna Dezmari, Michael Murphy

Canada, 2007

Trama: Fiona e Grant, sposati da più di quarant’anni, vivono un’esistenza serena, Ma l’Alzheimer di Fiona progredisce e la decisione del ricovero in un istituto specializzato diventa inevitabile.

Recensione: Bianco, sfumature, neve, riflessi, lana e vapore. Questa può essere la memoria umana, talvolta, così labile e fragile da non percepire più l'essenza delle cose, i ricordi, il calore della vita, dell'abbraccio.

Questo è l'Alzheimer, e questo è l'elemento che come un pennello tratteggia le frasi poetiche di questo film. Un film delicato e melodioso; una melodia triste fatta di sguardi atrocemente segnati dal dolore, ma anche una melodia della speranza, del vero amore, della libertà del lasciare amare.

Un film che fa i conti con la realtà, quella realtà che gioca a dadi col destino e improvvisamente toglie la stabilità, toglie i gesti, l'odore di caffè della propria casa, le sciate sulla neve e l'odore dei corpi, che si sono conosciuti, si sono amati e hanno combattuto certe battaglie, resistendo per 44 anni.

Brent (un fantastico Gordon Pinsent) e Fiona (un'insuperabile, eterea e dolcissima Julie Christie) si trovano ad affrontare una problematica umana e spiazzante. Perdere la memoria è atroce, lo è inizialmente per chi comprende di smarrire le tessere del puzzle, poi, man mano che la situazione peggiora, lo è per chi è stato parte dei giorni, parte dei respiri e degli attimi che hanno ricamato una vita intera.

Brent, distrutto, affronta un amaro distacco, inizialmente fisico, poi mentale e sentimentale. Fiona si ricovera personalmente in una clinica e dimentica del tutto la sua vita con il marito, ne ricostruisce un'altra tra le mura di quell'ospizio e si lega affettivamente ad un altro paziente, Aubrey, sposato anch'egli da molti anni con Marian. La mente ha ricombinato gli affetti, Brent è un esterno, un visitatore che si sente ripetere "verrai tutti i giorni, vero? Sei proprio insistente." , una persona che per Fiona sembra apparsa dal nulla, sfumata come i colori e i ricordi di un'Irlanda ormai lontana.

Il destino ha dato tutto e ha tolto subito dopo, in un soffio di gelidi rimpianti, in cose dette e poi dimenticate, negli occhi blu della protagonista, nella speranza di un ritorno.

Il film inizialmente danza sul ghiaccio, in un delicato fremito di attimi intermittenti: presente, passato, ancora presente, poi un passato ancora più lontano, fatto di spruzzi di immagine sfuocate, sillabate, frammentate. Poi si ricompone nel presente, mentre Fiona perde il controllo di se stessa; quel suo nuovo amore, così semplice e fanciullesco, le viene portato via senza spiegazioni, e il suo nuovo equilibrio cade.

Brent invece non ha molto a cui appoggiarsi, ha sempre vissuto per la moglie, forse senza rendersene davvero conto; è come svuotato della sua essenza vitale, e tenta di riappropiarsi dei suoi attimi, senza però intromettersi nella vita della moglie. Cerca di farla felice, perchè è questo che vuole, e con lo svolgersi della storia, anche le tessere, tristemente naturali, ridimpingono nuovi incontri, nuovi equilibri, che esaltano la vita, il rispetto per chi si ama, e tutto è plasmato con delicati e sapienti dialoghi.

"Amare non è ricordare", è il primo messaggio del film: l'amore risiede in un posto più lontano dalla mente, e se i ricordi sfuggono, è l'unica cosa che può restare e può farti rivivere nel calore altrui.

"Non è mai tardi per diventare quello che puoi essere" è il secondo messaggio, esclamato dalla giovane infermiera Kristy, che ha un bagaglio di sofferenza diverso da quello di Brent; una sofferenza causata da quel tipo di memoria che è stata cancellata di proposito, quella dimenticanza che porta ad essere esclusi senza ragione dalla vita altrui. A lei viene affidata la battuta che chiude il senso del film, e fa rinascere un nuovo seme.

Lo stesso messaggio lo racchiude il personaggio di Marian (Olympia Dukakis, espressiva e romantica, perfetta nel suo ruolo), moglie di Aubrey, che entra nella vita di Brent inaspettatamente, ma che gli ridona un senso, e che passionalmente esclama: "Qualche volta bisogna prendere una decisione, quella di essere felici."

Un film stupendo, la fotografia (di Luc Montpellier) è orchestrale, poetica, come le immagini che ci portiamo dentro.

Un film da riflettere, da rivedere, da gustare.

Un film sulla memoria dell'amore, non sulla memoria della mente. C'è davvero differenza, non capita spesso di rendersene conto.

Voto: 9




domenica 30 marzo 2008

Non è mai troppo tardi

"Non è mai troppo tardi"

Titolo Originale: The Bucklet List
Regia: Rob Reiner
Genere: Commedia
Cast: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd, Rob Morrow
Usa, 2007

Breve Trama: Uno scorbutico milionario e un pacifico padre di famiglia si ritrovano nella stessa stanza d’ospedale con pochi mesi di vita a causa del cancro: redigono “La lista del capolinea”, le cose da fare prima di morire.

Recensione: Jack Nicholson e Morgan Freeman insieme. Due grandi del cinema americano sfoggiano tutta la loro bravura in un film che sembra assemblare i caratteri di altri film dei due attori.

Nicholson ricco, incazzato, sbruffone, un po' cinico ma fondamentalmente solo e malinconico (un misto tra Schimdt, Harry di "Tutto può succedere" e Melvin di "Qualcosa è cambiato") e Freeman sereno, intelligente, con quell'aria serafica di una persona che ha raggiunto la pace spirituale (qui si intravede, malgrado si parli di film stilisticamente diversi, la personificazione divina nei film "Una settimana da Dio" e "Un'impresa da Dio"). Ma i due, anche se portano sullo schermo un riassunto della loro carriera, sanno il fatto loro e sono affiatati come una coppia di amici di lunga data.

Il film ci presenta, nella classica maniera americana, due persone completamente diverse, che non si conoscono e neppure avrebbero la possibilità di farlo. Appartengono a due mondi che non facilmente collidono, Edward (Nicholson) è il direttore strampalato di un ospedale, divorziato e donnaiolo, e Carter (Freeman) lavora in un officina, ha una famiglia e la stessa moglie da 30 anni. Il fattore che li unisce, in maniera di certo non geniale, è la malattia. Entrambi vengono ricoverati nella stessa stanza nell'ospedale di Edward e, come da copione, l'approccio non è dei migliori. La prima mezz'ora del film ci mostra supercialmente il calvario della chemioterapia, ma allo stesso tempo ci fa comprendere che tra i due sta nascendo un rapporto di amicizia, fatto di prime occhiate e battute che pian piano diventano dialoghi un po' più profondi e personali.

E si giunge all'aggancio della storia: la lista di "cose da fare prima di morire". Un foglietto di carta, pochi mesi per entrambi, tanti sogni nel cassetto. Ed ecco la scelta: compiere insieme un numero prestabilito di avventure prima che si chiuda definitivamente il capitolo vita. Dopo qualche titubanza, Carter accetta di seguire la lista insieme ad Edward.

Il film cambia registro, la malattia scompare completamente. I due cominciano una serie di sgangherate e anche un po' improbabili avventure che li portano in giro per il mondo. Certe situazioni sfiorano la banalità, altre fanno risaltare il personaggio burlesco di Nicholson, altre fanno ridere a crepapelle, e la sceneggiatura zoppica un po', mostrandoci una serie di luoghi comuni che però, grazie a due co-protagonisti, non vengono mai messi troppo in rilievo. La vicenda si riassesta col riaffiorare di problemi del passato (la figlia che Edward non vede da anni, la moglie di Carter che rivuole insistentemente il marito a casa) e, immancabilmente, con la ripresa del tema inziale della malattia.

I due stringono un forte rapporto, ed è forse questo l'elemento perno di tutto il film. Si fanno una promessa reciproca, che talvolta vacilla, talvolta viene offuscata dal richiamo delle proprie famiglie e responsabilità, ma torna sempre a galla, perchè di fondo c'è un'amicizia forte e sincera, che va aldilà di qualsiasi facile calcolo o svogliato senso del tempo che passa.

Sì, è vero, è la solita commedia edificante, che gioca sui contrasti e sulla morale, ma, tolte le trovate un po' imbarazzanti, mette in luce la semplicità dei rapporti tra le persone : quel rapporto che non sopravvive ma vive per entrambi (la morte per loro è vicina, quindi non c'è più tempo da perdere), quel rapporto che non giudica l'altro superficialmente ma che si spinge bel oltre gli errori umani che tutti noi, in qualche modo, siamo portati a compiere. Tra i due protagonisti si instaura un tacito consenso che è però fatto di presenza nella vita dell'altro; non si lasciano vivere ma si prendono per mano, per quanto possono, e sembrano dirsi "ce la faremo insieme".

Poi che il regista abbia scelto uno schema "doppio" e già largamente utilizzato (Morte/vita, ricco/povero, egoista/altruista, bianco/nero), in fondo, glielo concediamo.

Questo film non ha grandi pretese di spiegare la vita o di dare risposte, ma ci dice, ancora una volta, che di tempo non ne abbiamo molto e che ci conviene tenerci stretti gli attimi, e se per caso ci capita di incontrare qualcuno sul nostro cammino, magari qualcuno che è in difficoltà, possiamo cercare di stargli vicino, senza giudicare o descrivere la sua vita solo per fattori superficiali.

Il film lascia un sorriso stampato sulla faccia, anche se in qualche modo l'epilogo si delinea facilmente, e non sarebbe dei più felici.

Ma i due mattacchioni han fatto centro, il messaggio è arrivato.

Memorabile, nel finale, la gag del caffè, dove le risate sono spontanee e coinvolgenti.

Voto: 7.5

venerdì 28 marzo 2008

Lars e una ragazza tutta sua

(Lars and the real girl)

Regia: Craig Gillespie
Genere: Commedia/Drammatico (in realtà direi che appartiene a entrambi i generi...commedia dolceamara?)
Cast: Ryan Gosling, Emily Mortimer, Paul Schneider, Kelli Garner, Patricia Clarkson.

USA,  2007


Trama: Lars è un ragazzo di 26 anni che vive in un paesino del Midwest, in un piccolo garage a pochi metri dalla casa dove abita suo fratello con la moglie. Lars è solo da anni, e tutti sono preoccupati per la sua vita sentimentale. 
Un giorno, dopo i ripetuti inviti a cena di sua cognata, Lars annuncia a lei e suo fratello Gus di aver trovato una persona.
Si chiama Bianca, è bellissima, viene dall'Europa e i due sembrano innamoratissimi. Ma la cosa che colpisce di più è che si tratta di una bambola a grandezza naturale, interamente di silicone e comprata su Internet. 


Recensione: Uno dei film più belli sulla solitudine e la difficoltà nel vivere i rapporti con le persone. Lars è un personaggio surreale, lente d'ingrandimento delle paure di chiunque sia in cerca di attenzione, amore. Quindi tutti.
All'inizio il film ha la lentezza delle commedie indipendenti americane, genere del quale è un ottimo rappresentante, poi dopo i primi 15 minuti inizia la favola, dolce e surreale. Ci si innamora subito di Lars, gli si vuole bene e dopo poche scene ci si affeziona anche a Bianca, la sua dolce metà di plastica e silicone, che è difficile non considerare come un vero e proprio personaggio. Il modo in cui l'intero paese accoglie Bianca e rispetta l'amore che Lars prova per lei è terribilmente commovente. Un film che apre il cuore.
La sceneggiatura è di Nancy Oliver, nomination agli Oscar di quest'anno, e ha il grande pregio di non essere mai patetica e di non forzare la mano in scene che sarebbero potute risultare facilmente ridicole.
ll cast è di primissimo livello, a partire dal protagonista, Ryan Gosling, calato meticolosamente nella parte senza scadere nella macchietta, con espressioni sempre misurate e un'aderenza al personaggio che gli hanno regalato una nomination ai Golden Globes come migliore attore protagonista; Emily Mortimer, che interpreta la cognata di Lars, è una di quelle attrici che lavorano da anni in ruoli secondari e che vi sembrerà di aver visto ovunque, e anche in questa pellicola regala un'intepretazione emozionante. Patricia Clarkson è invece il medico da cui Lars porta Bianca, e con la quale lui instaura un rapporto sincero e importante per l'epilogo del film. La Clarkson è molto intensa, ed è doppiata da Maria Pia di Meo, grandissima voce del nostro cinema (Meryl Streep). Un'altra grande rivelazione è la stralunata collega di Lars, che sin dall'inizio ha una cotta per lui. L'attrice si chiama Kelli Garner, viene da esperienze per lo più televisive, e qui interpreta la dolcissima Margo che non riesce a farsi notare dal protagonista.
"Lars e una ragazza tutta sua" non vuole insegnare nulla, non ha la presunzione di spiegare nè risolvere, ma è un film che illustra benissimo una condizione.
E fa anche riflettere sugli steccati che mettiamo tra noi e l'esterno, quelli che alziamo perchè la realtà ("the real girl" del titolo originale) fa male, graffia, non perdona. E Lars, che non riesce a farsi toccare, che sente dolore quando una mano si posa sulla sua, è l'allegoria di paure che ci allontanano dalle persone, che ci fanno rifiutare i lori sorrisi (quelli spiazzanti e a 36 denti di Kelli Garner) o le loro parole schiette ma sincere (quelle di Paul Schneider, fratello "pragmatico" del protagonista).
Bellissimo e incredibilmente utile.


Voto: 8,5.

mercoledì 26 marzo 2008

Onora il padre e la madre

"Onora il padre e la madre"

Titolo Originale: Before the Devil knows You're Dead
Regia: Sidney Lumett
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei, Rosemary Harris, Amy Ryan, Sakina Jaffrey, Arijia Bareikis

Usa, 2007

Trama: Due fratelli, Andy e Hank, vivono serie difficoltà economiche. Il maggiore, Andy, escogita un piano: svaligiare la gioielleria dei loro genitori durante il turno di una anziana e indifesa signora. Ma quella che doveva essere una semplice operazione senza nè pistole nè violenza, va storta nel momento in cui Bobby, il ladruncolo ingaggiato per la rapina, cambierà le carte in tavola..

Recensione: La prima scena che lo schermo ci proietta addosso (soprattutto se sei seduto in terza fila) appena iniziato il film, è una scena di sesso che coglie di sorpresa e ammutolisce un pò tutti in sala: un flaccido e appesantito uomo di mezza età fa l'amore con una sexi e giovane donna. Lui in un attimo ci trasmette quella sensazione di viscido e di unto che ne caratterizzerà i tratti e gli atteggiamenti e che ne farà il ritratto psicologico meglio studiato e perfettamente descritto del film; Philip Seymour Hoffman sarà fenomenale nell'interpretazione del suo personaggio; lei, la bellissima Marisa Tomei, lo è talmente tanto che viene da chiedersi cosa ci faccia con l'altro. Non sappiamo chi sono, dove sono, di cosa stanno parlando, in quale universo spazio-temporale sono collocati. La seconda scena invece non ha più nulla a che fare nè con lenzuola appiccicose nè con loro, almeno apparentemente: è una rapina. É LA rapina. Quella intorno a cui ruoteranno protagonisti ed eventi, amore e odio, infelici coincidenze e vendette premeditate. É la rapina che 2 fratelli che non se la passano particolarmente bene decidono di organizzare nella gioielleria dei loro genitori: un giochetto facile facile. Niente armi, niente sparatorie, niente feriti, niente di niente. L'assicurazione che risarcisce i vecchi e un bottino che basti a Hank (l'espressivissimo e umanissimo Ethan Hawke) per pagare gli alimenti a una ex moglie e ad una figlia che lo considerano un fallito e ad Andy per fuggire a Rio dove il sesso con sua moglie Gina potrà tornare ad essere quello della scena iniziale, dove i problemi non riusciranno a trovarlo, più che altro dove gli avvocati della società che ha truffato non potranno rivalersi su di lui. "Non c'è accordo di estradizione tra Stati Uniti e Brasile": quella che tra le lenzuola di quella scena sembra una frase senza senso di Gina, troverà la sua giusta collocazione, come tutto o quasi in questo film che è un pò passato e un pò presente, in un circolo vizioso di sentimenti che non riescono a risalire in superficie. Gli eventi infatti non si susseguono nella maniera tradizionale e non si può nemmeno dire che il regista si serva del classico flash-back: ora è il giorno della rapina, ora è Andy 4 giorni prima, ora è Andy il giorno della rapina, ora è Hank la mattina stessa, ora è Hank 2 giorni prima. Così, tra continui sbalzi temporali che a volte affaticano e mettono a dura prova uno spettatore svogliato, le dinamiche di odio, di risentimento, di amore ci vengono svelate. Tutto a poco a poco appare chiaro, per quanto chiari possano essere i meccanismi contorti della natura umana. Quella rapina che, secondo i piani di Andy, sarebbe dovuta essere una passeggiata e che invece si trasformerà in tragedia, non è altro che l'inevitabile epilogo della storia di una famiglia imperfetta, come lo sono tutte del resto; ma se la scintilla della follia scocca anche in uno solo dei componenti, ogni vecchio rancore rischia di salire a galla e nessuno può uscirne illeso: la fatalità è la parola chiave. Andy non si è mai sentito parte di questa quadrata famiglia americana, non si sente nemmeno più figlio di suo padre, mette persino in dubbio il fatto che lo sia davvero, sono tutti così belli e lui così imperfettamente umano..sa che a breve la società per cui lavora arriverà a scoprire i numerosi ammanchi in un bilancio che finora era stato così bravo a far quadrare, il suo unico rifugio è un super-attico in centro a Manhattan di uno spacciatore di lusso che gli inietta eroina fluttuando nella sua vestaglia da geisha (unica scena a mio parere eccessiva del film..), il suo bilancio personale non gli quadra più da tempo e non può giocare con i numeri stavolta: quello che lui è, non è la somma delle sue parti, i conti non tornano. Forse è per sopperire a questo caos interiore che tiene maniacalmente in ordine il suo moderno appartamento, forse è per questo che neanche si scompone alla notizia del tradimento della moglie..si limita a rovesciare ordinatamente per terra vari oggetti di Gina. L'unica soluzione possibile gli sembra quella della fuga, ma non sarà abbastanza veloce. Giustizia deve essere fatta e nell'affannarsi per tentare di sistemare le cose, non farà altro che arrampicarsi sugli specchi. Se il male sa che sei morto, più che se "ci sono dei peccati che non dovrebbero essere commessi" - ma chi li traduce i titoli?? - è solo questione di tempo. Per ripristinare il giusto equilibrio, entrerà in gioco il padre dei 2 fratelli, in un gesto agghiacciante e spietato. Ancora più agghiacciante è la luce che invade lo schermo nella scena finale. Possibile che la vendetta sia l'unico modo per fare giustizia? Possibile che un padre possa arrivare a tanto? In fondo, bastano i fatti di cronaca per darsi una risposta. Nella vita, come in questo film, fare proprio il diritto di scegliere chi deve vivere e chi deve morire non è così lontano dalla sfera del possibile, è solo poco più in là della soglia tra follia e lucidità. Una volta oltrepassata quella soglia, il bilancio è compromesso, ma i conti, in un modo o nell'altro, devono comunque tornare..



[Voto: 7.5]

lunedì 24 marzo 2008

Prospettive di un delitto

"Prospettive di un delitto"
(Vantage Point)

Regia: Pete Travis

Genere: Thriller
Cast: Dennis Quaid, Matthew Fox, William Hurt, Forest Whitaker, Sigourney Weaver, Edgar Ramirez, Said Taghmaoui, Leonardo Nam
Usa, 2008

Breve Trama: Salamanca, Spagna: il Presidente degli Stati Uniti, durante un importante discorso "pacifista", viene colpito da due colpi di fucile. Seguono le esplosioni di due bombe. L'attentato viene (ri)visto da diverse prospettive e si scopre che...

Recensione: Un film che m'ha colpito al contrario, che m'ha provocato un urlo interiore che poi è diventato esteriore: "Vi prego, quando finisce." Ecco cosa ho urlato dopo un'ora ininterrotta di scene buttate sullo schermo come una pallina in un flipper.

Le riprese: impazzite. Si voleva dare l'effetto di movimento, di perdita del controllo, di confusione. E questo mi sta anche bene, ma ad un certo punto la telecamera fa quello che vuole, va dove vuole, non capisci i punti di vista, perdi il controllo non solo dell'immagine ma anche della vicenda, anche se in realtà non c'è più bisogno di capire nulla solo dopo mezz'ora dall'inizio del film. La camera è portata a mano, poi schizza su un carrello per in inseguire un'auto in corsa, poi si piazza su un tetto e vola in alto sopra la folla, poi torna giù sugli occhi di Dennis Quaid, poi sobbalza, schizza via, si frantuma, si riassembla. Smarrisci i punti di controllo e ti ritrovi con un senso di nausea da visione distorta.

La trama: non so che dire. E' assurdamente messa in piedi con la colla vinilica. Tristemente banale, ripetitiva, patriottica e moralmente corretta. Nella totale confusione, tutto poi torna al suo posto, con la classica visione dell'America vincente, l'America che si rompe ma non si spezza (un po' come nel recente "Io sono leggenda").

Il film parte con tutte le buone intenzioni, e con una bella idea di fondo: mostrare le dinamiche di un delitto (che poi delitto non è) attraverso gli occhi di 8 diversi personaggi. Poi, una dopo l'altra, le visioni di queste pedine in gioco diventano quasi noiose, i dettagli non cambiano molto e si è costretti a rivedere la stessa scena iniziale, quella dell'attentato, per 8 volte consecutive. E non basta: ogni volta che un punto di vista è stato "esplicato", partono delle immagini in rewind che accentuano la banalità della trama stessa riducendo il film a livello di una produzione per cassetta.

La seconda parte del thriller, poi, ci presenta un classico inseguimento americano su strade dall'alto tasso di traffico urbano, in cui l'eroe di turno (un Dennis Quaid che ha solo tratteggiato il carattare del suo personaggio) spinge l'acceleratore, si schianta contro le auto in corsa ma ne esce indenne, quasi pulito, col il cravattino ancora al suo posto, e, dopo essersi rialzato, con tutta la masculinità che ha in corpo, urla un "togliti di mezzo!" al malcapitato autista dell'altro veicolo, come se questo pover'uomo fosse la causa di tutti i suoi mali. Agghiacciante.

Morti tutti i "cattivi", un violino metaforico si spinge sui sopravvissuti, facendo sbattere il film a livelli catacombali, riducendo in polpette ogni aspettativa, mettendo in luce ogni fremito americano e nebulizzando lo stesso genere thriller (ridatemi David Fincher).

Un film che vorrebbe tanto coinvolgere, ma che ti fa quasi odiare la scelta narrativa delle "8 prospettive".

Tra l'altro, ancora mi chiedo che fine abbiamo fatto i due agenti della CIA mandati a rincorrere un fantomatico killer.

Mah.

PS: Bellissima la locandina (che spreco..)

Voto: 4/5



mercoledì 19 marzo 2008

Il mio amico giardiniere

"Il mio amico giardiniere"

Titolo Originale
: Dialogue avec mon jardinier
Regia: Jeane Becker
Genere: Commedia
Cast: Daniel Auteuil, Jean-Pierre Darroussin, Fanny Cottençon, Alexia BarlierHiam Abbass, Elodie Navarre, Roger Van Hool, Michel Lagueyrie
Francia, 2007

Trama: Un pittore affermato lascia Parigi per dare una sistemata alla casa della sua infanzia, in campagna, nella speranza di sottrarsi così alla crisi sentimentale e alla mancanza d’ispirazione che lo hanno colpito. Grande la gioia, quando il pittore scopre che il giardiniere assunto per aiutarlo nei lavori è un amico di antica data.

Recensione: Nella mia misera, ma sentita esperienza, credo siano principalmente due le cose che possono accadere con i film francesi: li si ama, o li si odia. Se scrivo questa recensione è perchè del dialogo tra il pittore e il suo amico giardiniere, io me ne sono decisamente innamorata. Sullo sfondo di un paesino di campagna, alle porte di Parigi, lontani dal caos e dalla frenesia di una qualunque città, i 2 protagonisti di questa semplice, ma commovente commedia ritrovano quello che li ha legati nella loro lontana infanzia e rispolverano una profonda e pura amicizia; e noi, lontani dai rutilanti block-buster rumorosi possiamo trovare il piacere di goderci le rarefatte atmosfere della campagna francese, i suoni della natura, l'importanza dei piccoli particolari, la bravura degli attori che interpretano i loro personaggi con maestria. Uno di loro è un pittore di fama con un matrimonio che sta fallendo e la voglia (ma anche la necessità) di trovare nuove ispirazioni, nuovi soggetti per i suoi quadri; sarà per questo motivo che abbandonerà il suo prestigioso atelier di Parigi per ritirarsi in campagna, in quella che era la casa dei suoi genitori. L'altro è un anonimo ferroviere con una passione, quella del giardinaggio (se avesse potuto scegliersi il nome, sarebbe stato nientemeno che "Del Prato") che si occuperà per puro caso dell'orto di "Del Quadro" (ovviamente..!), il pittore, suo vecchio compagno di scuola, e per lo stesso puro caso lo aiuterà a ritrovarsi. Senza bisogno di effetti speciali, incredibili scenografie o grandi nomi, questo film mi è entrato dentro con la sola forza della parola. Tutto si basa sui dialoghi infatti, gli sfondi sono essenziali: perlopiù il giardino incolto della casa d'infanzia di Del Quadro, il suo studio parigino - ma solo per poche scene - la casa "in stile molto più classico" di Del Prato, una fredda stanza di ospedale..senza svelare troppo, è chiaro fin dall'inizio che qualcosa dovrà succedere..e infine il lago. Dove i 2 amici fanno i conti con gli occhi della morte che sono in realtà quelli di una grande carpa, ma basta spingersi un pò più a fondo per cogliere quello che non si vede, ma c'è; credo sia questo il vero significato da recepire e fare proprio della storia dei 2 amici: non bisogna essere un'artista di fama per andare oltre, per varcare la soglia impercettibile che divide la realtà dall'immaginazione; Del Prato è un ferroviere che ha vissuto modestamente, che in 27 anni di matrimonio ha fatto sempre gli stessi 2 identici viaggi ogni sacrosanto anno con "la moglie", eppure è proprio lui che sa descrivere l'oceano con tutti gli altri sensi tranne quello più ovvio, la vista, e non è cosa da poco. Del Prato è un ferroviere, ma ha una passione: quella del giardinaggio, e nell'amore per le sue verdure diventa pittore, musicista, poeta. Con il suo linguaggio semplice, pratico, essenziale come tutto il resto, riesce comunque a fare il salto e a "vedere", più in là del solo guardare. Gli mancheranno i mezzi e a quel punto chiederà aiuto a chi è più pratico con colori e pennelli per riuscire nell'intento di lasciare qualcosa di lui anche quando non ci sarà più. Perchè in fondo questa è una delle cose che accomuna tutti noi, che accomuna anche 2 vecchi compagni di scuola che hanno intrapreso strade diverse: il desiderio di eternità. Farla in barba alla morte e impregnare di noi un qualcosa che rimanga qui e ora, anche dopo il nostro passaggio, che sia una tela, che sia un'orto coltivato..Con la sua camicia a quadri e le sue buffe pantofole, anche Del Prato sente questo lontano bisogno dentro di lui, lo esprime in piccoli gesti come nella ripetuta lotta con il solito pesce che ogni volta rigetta nel lago, ma la sua arte, quella del giardinaggio, non è certo inferiore a quella di un pittore affermato, che, se da un lato più autorevole, dall'altro a volte deve essere pietosamente piegata al cliente, o alla commissione. Il personaggio del giardiniere è quello che ho amato di più, ma sono rimasta piacevolmente colpita anche dal pittore perchè avevo paura che potesse accadere qualcosa di sgradevole, la battuta infelice sentita per sbaglio, l'incomprensione tra 2 persone così diverse..e invece anche la figura dell'artista, benestante, colto, affermato, non cade in stupidi pregiudizi. Bastano l'intelligenza, la cortesia e la gentilezza per comprendersi anche a distanza di anni e per riuscire a ridere insieme come nell'infanzia che rivive nei ricordi degli anni delle elementari, quando erano solo 2 bambini che combinavano disastri. Nel dialogo con il suo vecchio amico, Del Quadro ritroverà la passione che gli stava morendo dentro nella verità di pochi soggetti, semplici ma pieni di significato, come un coltellino e un pezzo di spago. Semplici, ma pieni di significato, come questa dolce storia di amicizia.



[Voto: 8]